Gli schiavi dietro i nostri gamberetti

Immigrati birmani a bordo di pescherecci thailandesi sfruttati al limite dello schiavismo. Le imbarcazioni pescano il cosiddetto “trash fish”, prodotto ittico che non ha mercato (o non è particolarmente redditizio), ma che viene utilizzato come mangime per i gamberetti famosi in tutto il mondo. Il documentario dall’Ecologist vale mille parole.

 

 

L’industria della pesca thailandese è una delle più importanti al mondo, con un fatturato annuo di 4 miliardi di dollari. La maggior parte del pesce catturato viene surgelato e spedito nelle varie parti del pianeta, un’attività che si regge sull’esport dunque. Ma un altro fronte molto redditizio è la pesca di prodotto che non ha mercato ma utilizzato come mangime per gli allevamenti di gamberetti.

Molti dei pescatori su questi battelli provengono dalla Birmania. Secondo lo Human Rights Watch sono più di 250000. Tra questi la maggior parte lavora senza alcuna tutela, brutalizzati e praticamente schiavizzati. Numerosi sono i casi di malnutrizione, malattie e morti accidentali.

Quindi il mercato dei gamberetti che troviamo nel banco freezer del supermercato, oltre ai già conosciuti problemi di sostenibilità: per costruire le vasche d’allevamento si abbattono le foreste tropicali e utilizzare pesce selvatico per nutrire gamberi d’allevamento non è una pratica particolarmente “amica” degli stock ittici, c’è anche un problema sociale.
Una scatola di gamberi surgelati proveniente dalla Thailandia non è buona, né pulita, nemmeno giusta.

Luca Bernardini
l.bernardini@slowfood.it

Fonte: The Ecologist

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