Gli Orti della rivoluzione

Kobanî è una piccola città nel nord della Siria e dal novembre 2013 fa parte della regione autonoma del Rojava, un’area che nel bel mezzo della guerra civile che sta devastando la Siria si è separata dal governo nazionale.

Non solo. Kobanî e tutto il Rojava hanno iniziato una rivoluzione sociale stabilendo un Sistema Federale Democratico, concepito da Abdullah Öcalan e basato sugli scritti di Murray Bookchin. Per chi si sta chiedendo chi fosse Murray Bookchin rispondiamo che è stato pioniere del movimento ecologico degli Stati Uniti: il suo Our Synthetic Environment, del 1962, fu tra i primi in assoluto a informare circa i pericoli dei pesticidi e a sposare una visione ambientalista del mondo, anticipando il più famoso Silent Spring di Rachel Carson. Ma torniamo al Rojava e alla sua rivoluzione. Questa regione è abitata da una confederazione di popoli, che hanno messo a punto un nuovo modello di convivenza sociale, dove l’identità viene declinata in modo inclusivo e dove la solidarietà assume un ruolo centrale tra tutte le etnie (arabi, assiri, armeni, ceceni, turcomanni, curdi) che abitano la regione. Libertà e convivenza che non si limita alle etnie ma si estende anche ai generi: le donne del Rojava sono motori e protagoniste di questa rivoluzione.

Nell’autunno 2014, la città viene portata all’attenzione mondiale dopo l’invasione dello Stato Islamico (Isis). Il lunghissimo assedio, terminato con la sconfitta dell’Isis e migliaia di morti – oltre che di profughi – ha segnato un punto di svolta nella guerra al terrorismo, facendo di Kobanî il simbolo della speranza e della resistenza in tutto il mondo. Una volta terminata la battaglia, però, Kobanî è caduta nel dimenticatoio. Ma la vita dei suoi abitanti intanto è proseguita. E, come sempre succede in questi casi, la fornitura di cibo in sicurezza è diventata una priorità. Ed ecco che qui entra in scena la straordinaria rete di Slow Food e Terra Madre.

Nel 2015 una missione di Slow Food ha avviato con l’amministrazione democratica del Rojava un piano per realizzare orti nelle scuole, tramite il progetto “Orti in Rojava”, con l’intento di portare orti di Slow Food nelle scuole di 10 villaggi. Questi orti rappresentano molto più che semplici appezzamenti di terreno: sono il simbolo della libertà di questo popolo.

Siamo tornati a vedere come andasse, e tra gennaio e febbraio 2017, abbiamo incontrato la delegazione curda del progetto per osservare i progressi fatti sul campo e capire insieme se anche grazie a queste coltivazioni si riuscirà a ristabilire l’indipendenza alimentare della regione e a garantire cibo sano e fresco a tutti. A partire dai bambini.

A Kobanî, ci sono 21 scuole frequentate da 11mila studenti provenienti dalla città e più di 31mila dai villaggi circostanti. A causa della mancanza di insegnanti (500 in città e 1300 nei villaggi) c’è un serio problema di classi affollate: si possono raggiungere anche i 55 alunni per aula.

Gli Orti di Slow Food in Rojava coinvolgono almeno 1000 studenti provenienti da 10 scuole differenti. Oltre agli orti, ci sono parchi giochi per bambini di tutte le età, costruiti dagli enti locali insieme all’amministrazione regionale di Kobanî. Insegnanti e agronomi stanno insegnando ai bambini come coltivare gli orti, accrescendo in loro la consapevolezza su temi ecologici e unendo la sostenibilità delle tecniche impiegate con il rispetto per la tradizione agricola locale.

Il progetto ha assunto enorme importanza a causa del lungo, lento e difficile processo di ripopolamento dei villaggi intorno a Kobanî abbandonati durante la temporanea occupazione dell’Isis, che tra gli altri danni ha messo a serio rischio la produzione alimentare. «Abbiamo bisogno di acqua perché l’Isis ha distrutto tanti pozzi e la Turchia con le dighe controlla i fiumi. Abbiamo ripreso a coltivare ciò che non richiede molto sforzo idrico. E poi ci sono le mine. Ogni settimana, purtroppo, ci sono contadini che muoiono saltando in aria mentre scavano la loro terra. E ci mancano macchinari agricoli, antiparassitari, semi che non riusciamo ad acquistare per colpa dell’embargo e per l’intervento militare della Turchia» racconta Berivan Al Hussain, tra i responsabili del progetto.

Inoltre, l’embargo commerciale ha impedito l’importazione di prodotti destinati ai villaggi spingendo la comunità a focalizzarsi sul raccolto locale. Ed ecco che coltivare i propri orti aiuta le comunità a garantirsi un certo approvvigionamento.

Le coltivazioni autoctone sono focalizzate in particolare sulla frutta e ogni scuola dà agli alunni l’opportunità di prendersi cura di uno o più alberi da frutto. Un progetto che ha reso possibile lo sviluppo di un’etica ecologica come parte integrante dell’educazione dei bambini, aiutando la comunità a prosperare superando la mancanza di alimenti necessari, in precedenza importanti, sostituendoli dove possibile con il raccolto locale.

L’intento comune, adesso, è la necessità di avviare un processo di ricostruzione profonda proprio a partire dalla terra, tornando a renderla produttiva, tornando a cibarsi dei suoi frutti e restituendo speranza ai tanti siriani che ancora vivono nella completa insicurezza.

 

Slow Food International, traduzione italiana a cura di Maurizio Bongioanni

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