Il futuro delle popolazioni indigene è il nostro futuro

«Siamo produttrici di peperoncino serrano tradizionale e lo trasformiamo in salse per generare un’alternativa economica per le donne indigene e contadine della nostra comunità». A parlare è Dalí Nolasco Cruz, indigena Nahua, fiduciaria del Convivium Slow Food Tlaola Kukuk, Messico. Il suo pubblico è seduto all’interno del Teatro Carignano, durante la Cerimonia di inaugurazione di Terra Madre, svoltasi 23 settembre. «Il nostro progetto è nato nel 1992, quando un gruppo di donne si organizzò e chiese un credito per la produzione del peperoncino serrano. Fu il primo passo che fece la differenza per molte donne della nostra comunità che da sempre hanno sofferto una tripla discriminazione: per essere donne, per essere indigene e per essere povere. Dato che solo l’1% della terra nel mondo è di proprietà di donne, questo livello di disuguaglianza ci ha impedito di accedere al nostro diritto al patrimonio e a un lavoro ben remunerato. La strada per le nostre fondatrici non è stata facile: sono state messe all’indice come pazze, rivoltose, sfaticate perché non si dedicavano ai lavori di casa, sono state maltrattate e giudicate. Molte di loro abbandonarono il proprio sogno per la pressione sociale, e quanto è successo alle fondatrici di Mopampa succede a migliaia di donne nel mondo che ogni giorno lottano per conquistare i proprio sogni e costruire una società più giusta, inclusiva e rispettosa».

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La storia di Dalí racconta la battaglia per vedere riconosciuti i propri diritti, ma anche la speranza di poter costruire un futuro migliore, in cui la Terra viene vista e trattata come una madre generosa, che viene ringraziata per i doni che sa offrire e non viene calpestata, oltraggiata, derubata. Alla sua se ne intrecciano decine di altre, da tutto il mondo – il network di Indigenous Terra Madre comprende 86 paesi del mondo, 277 comunità del cibo, 602 prodotti dell’Arca del Gusto e 46 Presìdi. Queste storie, queste testimonianze, sono state protagoniste per cinque giorni dello spazio Indigenous Terra Madre organizzato con il supporto di Ifad e Christensen Fund nel cuore del Parco del Valentino. Riguardavano le conoscenze e le pratiche indigene, portando l’esempio delle piante selvatiche, dei loro usi a scopo medico e alimentare e del loro identificare le diverse popolazioni indigene. Riguardavano l’esperienza dei pastori e dei nomadi che hanno raccontato delle loro molteplici difficoltà di accesso alla terra e nell’esercizio dei propri diritti. Una cifra può spiegare meglio ciò di cui stiamo parlando: i popoli indigeni proteggono più del 50% delle terre emerse del pianeta; tuttavia, i loro diritti sulla terra sono formalmente riconosciuti soltanto nel 10% dei casi.

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Si sono affrontate questioni di leadership, si è parlato degli strumenti che gli indigeni hanno per rapportarsi con le istituzioni. E si è parlato, moltissimo, di futuro. Parlando davanti ai rappresentanti delle popolazioni indigene, Carlo Petrini ha espresso gratitudine per tutto quello che fanno, per il messaggio politico che trasmettono col loro impegno quotidiano per difendere la terra, e tramandarla di generazione in generazione: «Voi rappresentate il cuore pulsante di Terra Madre, la realtà più vera, gli interpreti autentici del rapporto uomo-natura. L’amore che portate per i territori è un amore infinito, che purtroppo non ha avuto il rispetto dovuto, ma la vostra resistenza è stata dura e siete ancora qui a testimoniare quanto sia importante la vostra energia politica. Se noi vogliamo andare alle radici della nostra stessa esistenza dobbiamo andare verso le comunità indigene». E ha anche parlato, a lungo, di tutti quei valori che il mondo occidentale non riconosce come tali, denigrandoli. «La testimonianza di Dalí, la delegata messicana, è stata il più bell’intervento di tutta la cerimonia di inaugurazione. Lei ha parlato col cuore, descrivendo le battaglie delle donne della sua comunità. Ha portato sul palco la voce delle donne, indigene, povere. Questi sono valori che la comunità occidentale non riconosce come tali, eppure anche il nostro mondo, che si crede ricchissimo, deve imparare da queste tre entità. Chi non capisce che la povertà dignitosa è un valore fa un insulto ai poveri. Se sapremo ascoltare le donne, gli indigeni, i poveri, porremo le basi di una nuova politica; se non lo faremo non avremo capito come costruire il futuro e andremo verso il baratro, un baratro di proporzioni ambientali enormi. Ma se l’homo è davvero sapiens, quando arriveremo sul baratro l’unica cosa furba che potremo fare sarà tornare indietro, e a indicarci la via sono gli ultimi: le donne, gli indigeni, i poveri, appunto».

Chi è passato dallo spazio di Indigenous Terra Madre ha sicuramente reimparato ad ascoltare, ha appreso molte storie di oppressione e riscatto, ha condiviso un punto di vista diverso e ha assistito all’attivazione di nuove campagne. Una di queste, Stand For Land Rights, fa parte della campagna globale Land Rights Now e sostiene i diritti della comunità di Paanama, in Sri Lanka, cacciata dalle proprie terre per favorire la costruzione di strutture turistiche. Ma non è questo il futuro che vogliono le popolazioni indigene e non è questo il futuro giusto per la terra. Insieme, dobbiamo imparare a costruirlo.

UNISCITI ALLA LOTTA DELLA COMUNITÀ DI PAANAMA: FIRMA LA PETIZIONE E CHIEDI AL GOVERNO DELLO SRI LANKA DI RISPETTARE I LORO DIRITTI ALLA TERRA.

Silvia Ceriani
s.ceriani@slowfood.it

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