Fuori i neonicotinoidi dall’Europa. Salviamo le api

Ve lo immaginate un mondo senza api? A parte la tristezza di non sentire più quel bel ronzio che ci sveglia in primavera e addolcisce le pennichelle estive, dovremmo immaginare un mondo senza 4000 diverse specie vegetali selvatiche e senza l’80% delle 264 specie coltivate.

Api

Insomma, tre quarti delle colture commerciali a livello globale dipendono, in una certa misura, dagli impollinatori. Quindi, un mondo senza api, significa, al minimo, un mondo senza frutta. Ecco perché in Cina, dove inquinamento, pesticidi e deforestazione spazzano via il 95% degli alveari nelle campagne cinesi, milioni di contadini sono costretti a impollinare a mano per sostituire gli insetti. Non ci sembra la soluzione adatta alla crisi occupazionale.

Ritorniamo oggi sull’argomento perché nuove evidenza scientifiche dimostrano la grave colpa dei pesticidi, e soprattutto dei neonicotinoidi, nella moria delle colonie. E non solo di api. A proporci queste belle novità è Greenpeace che ha commissionato a una delle più importanti istituzioni scientifiche in questo campo, l’Università del Sussex (Regno Unito), una revisione approfondita di tutti gli studi scientifici pubblicati dal 2013 riguardanti gli effetti degli insetticidi neonicotinoidi sugli impollinatori e sull’ambiente in generale.

Dallo studio risulta, tra l’altro, che alcune specie di bombi hanno subìto un drastico declino e si stanno estinguendo. E, come se non bastasse, una nuova ricerca mostra che il danno per le api deriva non solo dal trattamento delle colture, ma anche dalla contaminazione delle piante selvatiche che non sono state trattate con neonicotinoidi.

Insomma, la revisione conferma i rischi individuati dall’Efsa nel 2013 ed evidenzia l’emergere di ulteriori rischi per gli impollinatori. E anche per noi considerato che i neonicotinoidi sono sempre più presenti nel nostro ambiente e inquinano acqua, suolo e vegetazione spontanea, possono persistere nei terreni agricoli per parecchi anni con conseguente contaminazione cronica e, in alcuni casi, con fenomeni di accumulo nel tempo.

Il fatto è che questi composti idrosolubili non si limitano a restare nei campi coltivati ma si disperdono nella maggior parte dei territori in cui sono utilizzati e in alcuni casi raggiungono aree più lontane, veicolati dall’acqua che defluisce dai campi. Esperimenti di laboratorio e prove sul campo continuano a documentare una varietà di effetti letali e sub-letali che i residui di neonicotinoidi possono avere su un’ampia gamma di gruppi animali.

Se volete maggiori dettagli tecnici qui c’è la sintesi dello studio in italiano e qui l’intero studio in inglese.

Direi che comunque sono risultati più che sufficienti per chiedere il bando totale dall’Europa e metterci alla spalle la pagliacciata del bando parziale cui sono oggetto imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam (tre neonicotinoidi).

Non sarebbe male, inoltre, una attenta (ri)valutazione di tutti i pesticidi per verificarne gli effetti sulle api, prima che ne venga autorizzato l’uso.

Salviamo le nostre amiche api.

Sul tema abbiamo preparato un piccolo libro che è anche un invito a usare l’immaginazione che potete sfogliare cliccando qui: cosa succederebbe in Un mondo senza api?. E, com’è nello stile di Slow Food, proviamo a raccontare anche tanti esempi positivi di tutela e di salvaguardia: dal Presidio dell’ape nera sicula a quello dell’ape nera Svizzera, fino al miele di ape nativa dei Sateré Mawé.

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonte

Greenpeace italia

 

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