Foie gras – Un ragionamento sul benessere animale senza estremismi e ipocrisie

Dal prossimo primo luglio in California il foie gras, il fegato grasso d’oca, verrà messo al bando. La pratica di ingozzare le oche per far crescere in modo abnorme il fegato non viene più ritenuta accettabile per lo Stato americano. Per inciso, non è vietata solo la produzione, ma anche l’importazione, la vendita e il consumo.

«La California ha avuto un coraggio enorme: vietare in modo ufficiale un prodotto senza motivi di salute e sicurezza alimentare è un fatto senza precedenti. Certo si tratta di un prodotto marginale del sistema agroalimentare dello stato, altro discorso sarebbe stato vietare ad esempio l’hamburger, anche in questo caso la maggior parte dei bovini viene allevata con metodi industriali, altrettanto crudeli del metodo adottato per ottenere il foie gras. Nondimeno in questo caso il volere dei consumatori (vedi associazioni animaliste) ha prevalso sulle logiche dei produttori, anche se per adesso ritengo il caso difficilmente esportabile, sia in termini geografici che di prodotto» spiega Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità.

«L’episodio comunque importante» continua Sardo «ci spinge a fare alcune considerazioni. Nel caso in cui il metodo di allevamento vada contro i requisiti minimi del benessere animale, lo Stato può avere il diritto di bandire un prodotto e vietarne la vendita? E se questo prodotto fa parte della tradizione e identità gastronomica del Paese? Cosa succederebbe se il caso foie gras venisse portato in Francia? Quanto un prodotto rappresentante una tradizione gastronomica secolare può prevalere sui principi del benessere animale, sulla legislazione di un Paese e sul senso comune dei consumatori?».

«E ancora, bisognerebbe uscire dall’ipocrisia di vietare la produzione, ma consentirne la vendita. E’ quello che succede nell’Ue, dove è vietato produrre foie gras in quasi tutti i Paesi, ma la vendita è consentita ovunque e in Francia si avvale del marchio Igp. Questo ragionamento si collega al processo di rimozione da parte dei consumatori in cui si fa finta di non vedere (a volte proprio non si sa) le conseguenze del metodo di allevamento industriale per produrre carne, uova, latte ecc. Se tutti i consumatori toccassero con mano e con i loro occhi gli allevamenti intensivi, sono sicuro che ben pochi di essi continuerebbero a consumare quei prodotti. Possiamo dire che attualmente la sensibilità comune ignora i metodi intensivi di allevamento e di macellazione, facilitando il consumo di carne e altri prodotti derivati».

«E’ opportuno sin da ora mettere in atto un profondo ragionamento su benessere animale e produzione alimentare, senza estremismi, ma anche senza ipocrisie».

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it 

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