FOCUS LEGALITÀ. Sagnet: «Basta con i pomodori insanguinati, contro il caporalato serve l’azione dei consumatori»

Yvan SagnetEra l’estate del 2011 quando Yvan Sagnet, studente di ingegneria ventiseienne arrivato dal Camerun, organizzò il primo sciopero dei lavoratori africani della terra. A Nardò, nell’entroterra leccese, 400 raccoglitori di pomodori incrociarono le braccia per quasi due settimane. La “rivolta della Masseria Boncuri” è uno degli eventi che hanno portato all’introduzione del reato di intermediazione illecita nel codice penale. Sedici tra caporali e imprenditori dell’area di Nardò sono finiti a processo in seguito all’”operazione Sabr”. Ma di caporalato si continua a morire, anche a Nardò: è successo il 20 luglio scorso al sudanese Mohamed Abdullah. Solo sette giorni prima, ad Andria, era stata stroncata da un malore una bracciante italiana di 49 anni, Paola Clemente. A Yvan, che oggi coordina gli immigrati della Flai Cgil Puglia, abbiamo chiesto a che punto è la lotta contro il caporalato.

Quattro anni dopo, è davvero cambiato qualcosa?

A Nardò i caporali hanno recuperato le forze e oggi è perfino peggio di prima. Ma a livello nazionale si è aperta una breccia. Crescono le denunce, aumenta la consapevolezza dei propri diritti tra i lavoratori.

Il recente rapporto TerraIngiusta di Medici per i diritti umani sfata molti luoghi comuni: clandestinità e lavoro nero riguardano ormai solo una minoranza. Eppure lo sfruttamento continua, perché parecchi braccianti incassano la metà del salario indicato nel contratto pur lavorando molte più ore. Ha anche lei questa percezione?

Le leggi non servono se la politica non ne pretende l’applicazione. Certo fa ben sperare l’ipotesi di estensione della legge sul caporalato alle imprese [in discussione al Parlamento, dove si pensa di introdurre il criterio della responsabilità oggettiva, NdA]. Ma a parte la repressione, serve un impegno più ampio: i finanziamenti agricoli pesano, togliamoli a quanti si avvalgono dei caporali così da colpirli nel portafoglio. Introduciamo la certificazione etica d’impresa, utile per i consumatori. Pensiamo anche a una riforma dei centri per l’impiego, che oggi sono del tutto inefficienti.

Tra i braccianti ci sono sia italiani che stranieri. Molti sono stagionali che si spostano seguendo i cicli del raccolto, altri sono lavoratori stanziali. Anche le forme dello sfruttamento cambiano a seconda dei territori e delle condizioni di lavoro. Come conciliare le varie rivendicazioni?

Non è sempre facile spiegare che la lotta da condurre è comune, anche se non si vedono più i conflitti tra autoctoni e stranieri di quattro o cinque anni fa. Il caporalato è una piaga storica che ha riguardato per primi i lavoratori italiani, quindi sbaglia chi crede che il problema sia circoscritto agli extracomunitari. Nemmeno dal punto di vista retributivo ci sono ormai grandi differenze, anzi si va verso un’uguaglianza al ribasso. È quindi paradossale che le battaglie di questi anni, dalla rivolta di Rosarno allo sciopero di Nardò, abbiano visto in prima linea gli immigrati piuttosto che i locali. Anche l’attenzione pubblica sul tema è incostante: quest’estate si è tornati a parlare di caporalato solo perché abbiamo evitato l’insabbiamento delle morti per fatica.

Spesso si denuncia il fatto che la grande distribuzione tragga profitti eccessivi, pagando a poco prezzo le materie prime. Cosa si può fare per evitarlo, così da assicurare un giusto ricavo alle aziende e un salario equo a chi lavora?

C’è senz’altro un problema nella filiera, ma è una rivendicazione che compete più alle associazioni datoriali che ai sindacati. Spesso invece gli imprenditori trascurano questo aspetto per poi rifarsi sui lavoratori. Non dimentichiamoci che l’agricoltura è un settore che regge bene la crisi e nei primi sei mesi dell’anno ha contribuito per il 13% all’export nazionale. L’Italia è il primo produttore di pomodori in Europa e il terzo al mondo, il vitivinicolo è addirittura in espansione. Non si dica allora che i braccianti sono sottopagati perché il mercato è in calo.

C’è qualcosa che i consumatori possono fare, per evitare di acquistare quelli che lei ha definito “pomodori e uve di sangue”?

L’obiettivo è sviluppare filiere parallele, portare sugli scaffali di botteghe e supermercati i prodotti giusti: come Flai Cgil abbiamo avviato diversi percorsi con le associazioni, firmando un protocollo insieme a Slow Food Puglia. Anche a Rosarno, in Calabria, alcune cooperative riescono a pagare le arance otto o dieci volte di più del prezzo imposto dalla ‘ndrangheta. Ci sono molti consumatori sensibilizzati e Slow Food sta facendo un bel lavoro a riguardo: si può chiedere a chi fa la spesa di pagare 20 o 50 centesimi in più per la frutta, gli ortaggi o i pomodori, se assicuriamo che su nessuno di questi cibi c’è il sangue di Paola o quello di Mohamed.

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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