FOCUS LEGALITÀ. Buttignol: «Non solo agromafie. Anche italian sounding e contraffazioni minano la legalità del cibo»

DanieleButtignol«Non c’è solo la mafia. L’illegalità nell’agroalimentare è un fenomeno ampio che coinvolge, oltre ai racket della criminalità organizzata, tutta una serie di comportamenti e pratiche che nuocciono sia ai produttori che ai consumatori»: a sostenerlo è Daniele Buttignol, direttore generale di Slow Food Italia, che domenica 15 interverrà su questi temi a Bologna nell’ambito del Forum Nazionale Mediterranea 2015, promosso dall’assessorato alla legalità del comune di Bologna e dalla direzione del CAAB (Centro Agro Alimentare Bologna).

Dal caporalato all’agropirateria, dalla falsificazione vera e propria all’Italian sounding, il lato oscuro dell’agroalimentare ha molte sfaccettature ma, continua Buttignol, la radice dei mali è la stessa: «Se il cibo viene considerato una merce, il prezzo diventa l’unico parametro di riferimento, a scapito non soltanto della qualità, ma anche della salute del consumatore e del benessere di chi lavora. Non informarci – o non poterci informare – sulla provenienza di ciò che acquistiamo, ci rende complici dell’illegalità».

Altrettanto si può dire per un insieme di pratiche che non sempre si possono definire illecite ma sono senz’altro non etiche: «Lo spreco alimentare in primo luogo, dal lato del consumo. Da quello della produzione, l’agropirateria e l’Italian sounding, che nuocciono alle piccole produzioni di qualità e al miglior made in Italy».

L’agropirateria, cioè la tendenza a imitare un prodotto di qualità, vale da sola 3 miliardi all’anno. L’Italian sounding, ovvero l’immenso mercato dei finti cibi italiani, fattura addirittura il doppio del nostro export alimentare: oltre 50 miliardi di euro su tutti principali mercati, dal Nord America all’Europa alla Cina. Qui sorge un altro problema.

«Recuperare legalità significa recuperare ricchezza» avverte Buttignol. Un tema che tocca anche la questione del caporalato, tornata tragicamente in primo piano. Ecco perché Slow Food ha istituito un suo Osservatorio sulla legalità che qualche mese fa ha formulato una serie di proposte per togliere terreno a chi sfrutta il lavoro e danneggia i concorrenti onesti:

  1. Introdurre l’obbligo di denunciare in anticipo le giornate di lavoro
  2. Introdurre l’utilizzo delle etichette narranti
  3. Escludere dai contributi pubblici i terreni delle aziende che ricorrono al caporalato (non soltanto i titolari delle aziende, che possono essere fittizi)
  4. Escludere per le aziende che ricorrono al caporalato la possibilità di utilizzare denominazioni di qualità (Doc, Dop, Docg)
  5. Dotare tutte le associazioni di categoria di un codice etico ed espellere da queste le aziende che ricorrono al caporalato

«Guardo con grande interesse – aggiunge Daniele Buttignol – alle misure votate ieri alla Camera contro il caporalato e contenute nella riforma del Codice antimafia. Spero che anche il Senato dia il via in tempi brevi alla riforma. Provvedimenti come la confisca dei terreni, e l’inserimento del reato di intermediazione illecita tra quelli in relazione ai quali viene adottata l’informazione antimafia interdittiva, sono segnali importanti».

Naturalmente questo non cancella il ruolo importante del cittadino-consumatore. Perché nel momento della scelta di un cibo avalliamo anche un metodo di produzione e distribuzione. «Dobbiamo informarci sul prodotto che compriamo, sulla sua provenienza. Meglio se riusciamo ad andare direttamente dal produttore o scegliere i mercati contadini veri. Dobbiamo essere uno stimolo alle associazioni e alle istituzioni senza delegare in modo passivo. Pretendere legalità e trasparenza in tutta la filiera, ma nello stesso tempo dedicare una maggiore attenzione quando facciamo la spesa, altrimenti qualsiasi sforzo diventa vano» conclude Daniele Buttignol.

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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