Non basta una legge contro gli schiavisti del mare

thailandia_pescaVolete prima la notizia buona o quella cattiva?

Iniziamo da quella cattiva. E per farlo andiamo in Thailandia, dove, secondo gli attivisti di Environmental Justice Foundation, lo sfruttamento di lavoratori sulle navi da pesca e nelle industrie ittiche continua a interessare un gran numero di lavoratori (ne abbiamo parlato in più occasioni, ma non ci stanchiamo di ripeterlo) e non è diminuito in seguito alla riforma legale del settore ittico thailandese.

Ma andiamo con ordine.

Avete presente le scatole di plastica con i gamberetti già sgusciati e pronti da mangiare che si trovano sugli scaffali dei supermercati? È molto probabile che qualcuno sia stato sfruttato per produrle, soprattutto se c’è scritto Made in Thailand. Molte inchieste nell’ultimo decennio hanno denunciato lo sfruttamento di lavoratori, in molti casi migranti, costretti a lavorare sui pescherecci thailandesi in condizioni disumane, dietro ricatto per i debiti contratti, minaccia di violenza o di denuncia alle autorità di controllo sull’immigrazione.

E così, conscio di questa situazione, il governo thailandese avrebbe deciso di riformare tutto il sistema e introdurre leggi a tutela dei lavoratori. Non proprio. Il governo asiatico è sì intervento sul settore ittico, ma spinto da motivazioni economiche. Nel marzo scorso, infatti, è stato nientemeno che il nostro Parlamento europeo a scuotere lo Stato del sud-est asiatico, minacciando di vietare l’importazione di pesce dalla Thailandia all’Unione Europea, se non fossero state adottate misure sufficienti per contrastare il lavoro forzato dei migranti nel settore della pesca. Se l’Europa dovesse davvero mettere in atto questo boicottaggio, il danno economico per la Thailandia, che è il terzo esportatore di frutti di mare al mondo, sarebbe di un miliardo all’anno, a fronte di un settore ittico che genera un profitto di 7 miliardi di dollari.

Una cifra non certo trascurabile per il governo thailandese che, mettendosi una mano sul portafoglio, ha varato la tanto richiesta riforma, con l’obiettivo di frenare la pesca illegale, eliminando il lavoro minorile e introducendo un sistema di monitoraggio per le navi da pesca. 

Nonostante tale riforma sia stata la più significativa negli ultimi 40 anni e abbia portato all’arresto di oltre 100 persone, l’Environmental Justice Foundation sostiene che la situazione non sia affatto migliorata per i lavoratori: alla luce di ciò, speriamo che la minaccia di embargo da parte dell’Ue non si trasformi in un nulla di fatto ma venga applicata se la Thailandia non migliorerà il suo operato.

Ma passiamo alla buona notizia. Anche la Nuova Zelanda aveva problemi di schiavismo sulle navi da pesca: i trafficanti di esseri umani portavano i migranti sui pescherecci battenti bandiera straniera nella Zona Economica Esclusiva per pescare specie di basso valore, un tipo di pesca economicamente sostenibile solo grazie allo sfruttamento del lavoro. Dal primo maggio scorso, però, la situazione sta cambiando perché è entrata in vigore una legge per far cambiare bandiera a tutte le navi che pescano nella Zee.

The hands of Naung Than Shwe, 18, one of 14 Myanmar migrant workers rescued from the port in Kantang, southern Thailand, by the Department of Special Investigations (DSI) and local police. The injuries were caused by pulling up nets and equipment. EJF accompanied the DSI to document the rescue. EJF interviewed five of the rescued workers, who all reported debt bondage, excessive working hours, threats of violence, acts of violence and murder. *Interviewed by EJF 16.03.13* - see report & spreadsheet for further details.
Le mani di Naung Than Shwe, 18, uno dei 14 lavoratori migranti di origine birmana salvati nel 2013 nel porto di Kantang, sud della Thailandia, dal Dipartimento per le indagini speciali (DSI) e dalla polizia locale. Le lesioni sono state causate tirando su le reti e le attrezzature da pesca. L’Environmental Justice Foundation ha accompagnato la DSI per documentare il salvataggio. EJF ha intervistato cinque dei lavoratori salvati, che hanno testimoniato episodi di riduzione in schiavitù per debiti, orari di lavoro eccessivi, minacce e atti di violenza e perfino omicidi. photocredit: Environmental Justice Foundation (EJF)

 

Anche in questo caso, non sono troppo nobili le ragioni che hanno portato alla realizzazione di questa legge: sostanzialmente si temeva che una mancata riforma avrebbe potuto danneggiare la reputazione della Nuova Zelanda e quindi diminuire l’entità delle esportazioni.

Anche se è entrata in vigore da poco, possiamo già dire che questa riforma ha molte più probabilità di funzionare rispetto alla cugina thailandese. Come mai?

Perché le due leggi agiscono in due contesti completamente diversi. La Nuova Zelanda ha leggi efficaci sul lavoro, una buona protezione offerta alle vittime di sfruttamento e una stampa libera capace di riferire sui casi di schiavismo. Non si può dire lo stesso della Thailandia, in cui il fenomeno dello sfruttamento è molto più capillare data l’enorme flotta peschereccia, in cui i migranti rappresentano oltre l’80% della ciurma. Qui la capacità di far rispettare la regolamentazione sulla pesca è sempre stata debole e i metodi per identificare le vittime del traffico sono inefficaci (senza contare l’incapacità di garantire la sicurezza delle potenziali vittime), senza contare un’ampia mancanza di diritti legali per i migranti.

Morale della favola, il problema dello sfruttamento dei lavoratori ha molte implicazioni in ogni parte del mondo: le leggi da sole non bastano e ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte, come consumatore e cittadino, per far sì che nessuno sia più sfruttato.

 

Fonti:

Agrapress

Amnesty International

Asia & the Pacific Policy Studies

The Guardian

The Post Internazionale

 

Francesca Monticone

f.monticone@slowfood.it

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio
comments powered by Disqus