Ezio Bosso e l’enigma Amadeus: e se Mozart non fosse morto?

Wolfgang Amadeus Mozart e Gioacchino Rossini. Due geni immortali dello spartito, uniti anche dall’amore per la tavola. E forse, da un segreto consegnato al silenzio dei secoli: Mozart muore il 5 dicembre 1791, Rossini nasce meno di tre mesi dopo. La storia vuole che il compositore pesarese, stanco della vita musicale, si sia ritirato a soli 37 anni per diventare uno dei maggiori gastronomi dell’Ottocento. E se dietro al suo estro creativo si fosse celato proprio un anziano Mozart, ritiratosi in Italia per sfuggire ai creditori? Con questo enigma storico, tra leggende e coincidenze, Ezio Bosso incuriosiva nel 2005 i lettori di Slow, la rivista dei soci di Slow Food. Buona lettura!

 

«Non conosco una occupazione migliore del mangiare, cioè, del mangiare veramente. L’appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore. Lo stomaco è il direttore che dirige la grande orchestra delle nostre passioni»

Gioacchino Rossini

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Ezio Bosso

Musicisti e cibo, connubio inevitabile dai tempi più antichi, visto che pare che la musica sia nata per accompagnare le notti dell’uomo primitivo davanti al fuoco, lo stesso su cui, con buona probabilità, era posata qualche coscia di mammut o di coccodrillo. Tradizione tuttora inevitabile. L’ormai celebrato musicista contemporaneo si rilassa solo nel dopo concerto davanti a una tavola imbandita. Discute i suoi progetti a cena, cucina come fonte di rilassamento. Gli esempi sono tanti: Karajan e Kleiber amavano cucinare, per non parlare dei compositori, i quali più che parlare di musica si scambiano ricette o curiosità culinarie! La scena si ripete nella mia vita di frequente. Non so perché ma, ogni volta che incontro un compositore, mi metto a parlare di cucina, tanto che l’impressione che si potrebbe avere dall’esterno è più quella di due massaie che di due professionisti al lavoro.

Uno dei più grandi compositori-gourmet da me incontrato è G.D., un eccezionale e geniale autore italiano ormai naturalizzato francese – tanto per farcene scappare un altro. L’incontro con G. avvenne per ragioni inizialmente professionali. A quel tempo vivevo a Parigi, non mi occupavo ancora di composizione a tempo pieno ed ero più dedito all’esecuzione. Avevo ascoltato alcuni suoi lavori e, quindi, l’avevo contattato con gran faccia tosta per avere un suo brano. La prima domanda che mi fece fu: «Ti piace mangiare?». Beh, sì, mi piace mangiare e cucinare: come ho già detto prima, ormai sembra una tradizione ineluttabile e inseparabile dalla prassi musicale. «Bene! – fa lui – Ci vediamo a cena, preparerò i tournedos alla Rossini. Spero che tu mangi la carne».

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tournedos alla Rossini

Ed eccoci al punto: i tournedos alla Rossini… L’autore della Gazza ladra è l’esempio più lampante di come composizione e gastronomia siano poli che si attraggono. La storia vuole che Rossini, stufo della vita musicale, si sia ritirato a soli 37 anni dalla composizione per dedicarsi innanzitutto alla cucina. Solo verso la fine dei suoi giorni scrive qualche piccolo brano per pianoforte che egli stesso intitola Péchés de vieillesse, peccati di vecchiaia. Ma la storia che mi fu presentata a quella cena è degna della teoria secondo cui Mozart sarebbe stato avvelenato da Salieri…

Mi presento a casa di G. nel 19° distretto – place Gambetta, per intenderci – alle 20. Alla cena sono presenti anche F.G., un ex rifugiato politico, e J.M., uno storico francese. Dopo i vari convenevoli e un delizioso canapè – perché è vero che i musicisti amano la cucina, ma al tempo stesso non possono evitare lo spettacolo – arriva il momento dei tournedos e J.M. espone la sua teoria su chi realmente sia Rossini. Solo allora mi rendo conto che tutta la serata è imperniata su questa presentazione.

 

Fughe e convergenze

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Wolfgang Amadeus Mozart

La storia è abbastanza semplice, ma bisogna partire da un altro grande compositore e gourmand: Wolfgang Amadeus Mozart. Che Mozart amasse la buona cucina, lo si apprende dal suo epistolario: nelle sue lettere, infatti, il compositore austriaco descrive più volte il suo amore per il cibo e, in particolare, per il cibo italiano. A soli 14 anni Mozart diventa membro dell’Accademia filarmonica di Bologna dove incontra una famiglia di musicisti pesaresi, suoi grandi ammiratori. Con loro avvia un rapporto di amicizia che si protrae negli anni. Nel 1790 iniziano i guai. Lo sperpero di denaro nel gioco e in affitti di teatri per l’esecuzione delle sue opere lo porta alla bancarotta. Non solo, il 1790 è un anno arido perfino dal punto di vista creativo, tanto che l’unica opera composta, Così fan tutte, è, forse, la più debole del genio. Nel 1791 la situazione si aggrava ulteriormente e i soldi delle esecuzioni continuano a non arrivare. Il suo amico e collaboratore Da Ponte, che versa nelle stesse condizioni, decide di fuggire a Londra e propone a Mozart di seguirlo; il compositore declina l’offerta. Ed è proprio nel dicembre di quell’anno che la storia, per come la vede J.M., cambia forma. Il 5 del mese Mozart si risolve alla fuga; d’accordo con i suoi cari, si fa dichiarare morto e, a sepoltura avvenuta – la scelta ricade su una fossa comune, senza croci né segni di riconoscimento -, parte verso il posto più comodo e di passaggio dell’impero, l’Italia.

A questo punto interviene la famiglia Rossini. La signora Rossini è in attesa del figlio Gioacchino e il compositore si offre di diventare tutore del piccolo in cambio di un nascondiglio. Nel 1792 nasce Gioacchino e, per ironia della sorte, le opere di Mozart iniziano a far piovere proventi. Ma, ormai fuggito, egli non potrà più farsi riconoscere. Il piccolo Gioacchino cresce, il suo interesse per la musica è molto ridotto; preferisce seguire la nonna e la madre nelle cucine di casa che prendere lezioni dal genio salisburghese. Dimostra un buon talento, ma non una grande diligenza e i biografi riportano che «la sua gioia era di fare il chierichetto per potere bere il vino avanzato al prete durante la messa». Ora, la storia vuole che Rossini vada a lezione saltuariamente a Lugo di Romagna e si iscriva al Liceo musicale di Bologna nel 1804, presentando una serie di sonate a quattro. Nello stesso momento in cui queste prime partiture di Rossini si canalizzano, ci si rende conto di quanto siano pregne del metodo compositivo dell’autore austriaco: la forma, la strumentazione stessa, perfino le citazioni haydniane sono evidenti. Del resto, nell’ascolto comune quante volte capita di confondere Rossini con Mozart? Molto più spesso di quanto non accada con Beethoven, Brahms, Haydn o Salieri stesso, tutti coevi di Mozart. A ogni modo, l’analisi della partitura rossiniana è una delle chiavi di lettura di questo giallo.

 

All’ombra di Gioacchino

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Rossini ai fornelli in una caricatura d’epoca

J.M. scruta in ogni singola nota della produzione del compositore pesarese, arrivando a definirla una lampante evoluzione del linguaggio mozartiano. Conclusione cui approdarono del resto grandi critici. Lo stesso Massimo Mila (Torino, 1910-1988, ndr) suggerì che lo stile di Rossini fosse un progredire dal senso mozartiano. La capacità di imitazione e reinvenzione del genio salisburghese, d’altra parte, sono all’ordine del giorno nelle cronache dell’epoca – anche Forman nel suo Amadeus, pur facendo un falso storico, le utilizza, ad esempio, nella scena in cui Mozart canzona Salieri improvvisando e imitando al cembalo il linguaggio del compositore italiano. E poi c’è una concomitanza di date impressionante: 1791 Mozart muore a 36 anni, 1792 nasce Rossini, 1804 prime partiture pubbliche del pesarese, 1810 prima opera. Nessuno mai vede Rossini scrivere, attività che egli definisce un percorso interiore; l’autore inoltre rifiuterà di ricevere allievi e aprirà la sua casa agli intellettuali soltanto dopo l’addio alle scene; curiosa concomitanza con il Don Giovanni, la rossiniana Viaggio a Reims è ideata mentre il compositore si sposta in carrozza verso la città medesima; Rossini vive con un assistente – che non si vede mai e di cui non si conosce il nome – che è con lui fin dalla nascita.

Dal 1829 egli interrompe qualsiasi produzione per occuparsi dei suoi affari bancari – banchiere, professione poco compatibile con la vocazione alla musica – ma, soprattutto, per applicarsi finalmente alla cucina, con una dedizione che lo porta a diventare uno dei maggiori esperti di gastronomia dell’Ottocento e, sicuramente, il più grande fra gli uomini dalle cinque righe. Antonin Carême, lo chef più famoso di quel secolo, sosteneva che nessuno al mondo capiva la sua arte meglio del Rossini e affermava che il maestro era solito entrare nel ristorante, salutare maître e camerieri e accomodarsi in cucina per osservare la preparazione del suo pasto prima di sedersi a tavola. Da qui nacque una grande amicizia fra i due. Proprio da quel 1829 la passione per la cucina esplode in tutta la sua inventiva, dando origine a piatti come tournedos, crespelle, consommé, maccheroni, aperitivi e la sua famosa insalata: «Prendete dell’olio di Provenza, mostarda inglese, aceto di Francia, un po’ di limone, pepe, sale, battete e mescolate il tutto; poi aggiungete qualche tartufo tagliato a fette sottili. I tartufi danno a questo condimento una sorta dl aureola, fatta apposta per mandare in estasi un ghiottone. Il cardinale segretario di Stato, che ho conosciuto in questi ultimi giorni, mi ha impartito, per questa scoperta, la sua apostolica benedizione».

Come già detto, l’unica composizione successiva al 1829 è Péchés de vieillesse, che consta di piccoli brani quasi irriconoscibili sotto l’aspetto formale, studiati per accompagnare un pasto completo dall’antipasto al dolce. Il 1829, infine, coinciderebbe con una plausibile dipartita di un Mozart settantaduenne, in conformità con l’età media del secolo.

Sono passati cinque anni da quella cena, ed è la prima volta che metto insieme gli elementi del ragionamento di J.M. Non so se le sue teorie siano state pubblicate. Sul web non c’è nulla, e anche G. non lo sento da un paio di anni. In ogni caso da allora quando ascolto Rossini un dubbio mi viene sempre e immagino, da uomo anche di cinema quale sono, come potesse essere la vita di un Mozart anziano, all’ombra di un godereccio, sicuramente ben nutrito… Certo, anche se punti poco chiari non mancano, non mi stupirebbe se domani si trovasse una confessione di Rossini. Perché questa è in ogni caso una teoria o una storia degna di appartenere ai due geni del teatro musicale e della composizione di tutti i tempi.

 

Amadeus_(film)

 

Ezio Bosso

tratto da Slowfood, num 15 (nov 2005)

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