Export, è record per l’agroalimentare. E i formaggi italiani conquistano la Francia

Quante volte in questi anni abbiamo sentito ripetere il mantra “la crisi è alle spalle”? Forse troppe, ma almeno a proposito dell’agroalimentare c’è qualcosa di vero.

Parliamo di una filiera che dai campi fino alla distribuzione al dettaglio e alla ristorazione vale oltre 130 miliardi di euro di valore aggiunto, il 9% del Pil nazionale. Dallo scoppio della recessione globale del 2008 fino a oggi, questo valore aggiunto è cresciuto del 16% contro il calo di oltre l’1% nel settore manifatturiero e un recupero del 2% per l’intera economia avvenuto in maniera significativa solo dal 2015.

Restando all’attualità, i dati dell’Agrifood Monitor di Nomisma testimoniano una crescita del 6% dell’export rispetto al 2016, trainata dalla performance di vini, salumi e formaggi. L’Italia del buon mangiare e del buon bere ha esportato prodotti per 22,7 miliardi di euro tra gennaio e luglio e si avvia entro fine anno a superare la boa dei 40 miliardi nelle vendite all’estero.

I mercati dei Paesi extra-Ue, pur assorbendo meno del 35% delle esportazioni italiane, segnano i tassi di crescita più elevati: in testa la Russia e la Cina, dove gli scambi aumentano di oltre il 20%. La fetta di questi due giganti è tuttora inferiore al 2% della “torta”, segno che i margini di crescita per il futuro esistono e non sono pochi (il governo spera di raggiungere i 50 miliardi entro il 2020).

All’aumento dell’export c’è da aggiungere una notizia ancor più confortante per la filiera, cioè il consolidamento della ripresa dei consumi sul mercato nazionale: le vendite alimentari segnano un +1,1% nei primi sei mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2016.

Tutto bene, insomma? Guardando agli anni bui della crisi, senza dubbio. Ma se mettiamo i numeri in prospettiva possiamo concludere che molto resta ancora da fare.

Nonostante l’agroalimentare resti uno dei fiori all’occhiello del made in Italy, la classifica degli esportatori ci vede appena al nono posto nel mondo. Lontani non solo dagli Stati Uniti, che dominano con 122 miliardi di euro esportati nel 2016 e 69 nei primi sei mesi del 2017, ma anche da Olanda (86 miliardi nel 2016 e 54 nella prima metà di quest’anno), Germania (73 e 44), Cina (64 e 43), Brasile (62 e 36), Francia (59 e 35), Spagna (46 e 29) e Canada (42 e 25).

Non è un problema di confronti, quanto di potenziale inespresso. L’Italia ne ha a dismisura e per accorgersene basta osservare che il 60% dell’intero export agroalimentare del Belpaese viene da quattro regioni, ovvero Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte.

Il Meridione copre meno del 20% del valore e cresce a ritmi meno sostenuti: nel primo semestre 2017, infatti, le regioni del Nord hanno messo a segno un incremento del 7% sui mercati internazionali mentre quelle del Sud non hanno raggiunto il 2%.

Italia batte Francia alla sfida dei formaggi

C’è anche un altro record positivo da segnalare per la gastronomia italiana. Secondo un’analisi di Coldiretti sui dati Istat, i nostri formaggi hanno toccato quest’anno il picco dei consumi all’estero: su base annuale l’aumento delle esportazioni è del 7% in quantità, mentre la media decennale arriva a un’impressionante +84%.

I più ghiotti consumatori di formaggi italiani sono – strano a dirsi – i francesi, blasonati rivali di sempre nel settore caseario. Nell’Esagono le esportazioni sono quasi raddoppiate negli ultimi dieci anni, segnando un +94%.

Dietro alla Francia, per percentuale di formaggio italiano importato, arriva la Germania col 14% del totale, seguita da Gran Bretagna (10%), Stati Uniti (9%) e Spagna (5%).

Non è solo la patria del camembert, del brie e del roquefort, insomma, a tenere in bella vista sui suoi scaffali i migliori biglietti da visita dei nostri allevamenti. In Olanda, per esempio, è scoppiata la mania del pecorino, con incrementi negli acquisti del 77% solo rispetto all’anno scorso (nel decennio le vendite sono addirittura quadruplicate).

Il pecorino sbanca anche nella terra dell’emmental, la Svizzera: +8% nel 2017, +22% dal 2007. Mentre i greci affiancano al tradizionale culto della feta una passione sconfinata per la mozzarella fresca, che segna un +41% nell’ultimo anno.

I formaggi più richiesti all’estero restano grana padano e parmigiano reggiano (21% dell’export), seguiti da altre Dop/Igp come pecorino romano, gorgonzola e mozzarella di bufala.

Oltre ad essere i più amati, purtroppo, restano anche i più contraffatti. Certe imitazioni di parmigiano e grana, come il parmesao brasiliano, il reggianito argentino e il parmesan canadese, australiano e statunitense superano addirittura il successo degli originali.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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