Etichetta

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia attraverso le parole del cibo. La parola di oggi è etichetta.

Le etichette sono uno degli strumenti che consentono la democrazia, perché servono al cittadino per comprendere se un alimento è stato fatto perseguendo l’obiettivo di tutte le democrazie, ovvero – per citare il famosissimo discorso di Pericle agli Ateniesi – favorire «i molti invece dei pochi». Per questo, se le etichette dei prodotti sono fatte a tutela di chi produce (i pochi) e non di chi consuma (i molti), sono mezzi di informazione usati male. Tuttavia, nel sentire comune, è un po’ superato il fatto che le etichette siano una faccenda che riguarda da un lato chi fa le leggi e dall’altro i produttori, poiché una volta che le cose sono sistemate tra queste due parti, non ci sono problemi. Ci siamo abituati all’idea che le etichette debbano rispettare quel minimo di decenza che vuole che gli ingredienti siano dichiarati tutti e non se ne elenchino altri all’infuori di quelli utilizzati. Pensiamo sia normale, che abbia un senso, che di un formaggio si possa dire solo che è fatto con latte, caglio e sale. Ci si dimentica, insomma, che le leggi hanno un fine e quel fine non è il rispetto della legge medesima, ma la tutela dei diritti. La normativa sull’etichetta nasce come una normativa a tutela del consumatore: è tra consumatore e produttore che le cose si devono sistemare e se – nonostante il rispetto della norma – il consumatore non è debitamente informato, allora non resta che migliorare la norma.

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Dovremmo sapere come sono stati trattati gli animali che hanno prodotto il latte, cosa hanno mangiato, di quale razza sono, se è una razza del luogo in cui sono stati allevati o no, e dove sta questo luogo, insomma da dove viene il latte di quel formaggio, quali trattamenti ha subito, chi sono le persone che si sono incaricate della trasformazione del latte in formaggio, quale tipo di relazione hanno con quel lavoro, e via di questo passo. Quella che Slow Food chiama l’Etichetta Narrante non è dunque solo un elemento di comunicazione, di promozione (di cibi e territori) e di educazione alimentare. È uno strumento di democrazia, di realizzazione del bene per i molti. Non è un caso se ogni volta che la società civile chiede nuove norme in materia di etichettatura – ovvero maggiori informazioni – sono sempre le grandi industrie a mettersi per traverso: non solo spesso a loro non conviene dare informazioni dettagliate, ma in più molte delle informazioni che il consumatore vorrebbe non le hanno. Si crea così una situazione un po’ paradossale, per cui gli alimenti industriali, non essendo più in grado di raccontare la propria storia (o nella certezza che il racconto della propria storia non creerebbe alcun tipo di appeal), vengono venduti grazie alla costruzione di altre storie, accessorie, che fabbricano un’identità alternativa per prodotti che hanno smarrito la propria. Ma questa non è informazione, è pubblicità. E la democrazia non si tutela con gli spot.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

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