Equo

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia. Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è equo.

Il primo impulso al fair trade arrivò dalla Chiesa protestante tedesca, che volle porre l’attenzione sulla necessità di recuperare all’equità le società moderne non attraverso la carità

o le donazioni, ma attraverso il lavoro e la sua giusta remunerazione. I primi passi di quello che sarebbe diventato il commercio equo, per quanto riguarda il cibo, furono mossi negli anni Settanta e l’obiettivo era costruire o ricostruire filiere produttive che arrivassero fino ai consumatori dei Paesi “ricchi” nel rispetto dei diritti dei produttori, delle loro comunità, dei loro territori.

Le produzioni target erano all’inizio quelle che inevitabilmente nascevano lontano dalle società consumatrici (Europa e Stati Uniti in primis) – come il caffè o il cacao – e venivano acquistate da persone che di solito ne ignoravano la storia, e troppo spesso quella storia non era un racconto edificante. Equo quindi aveva a che vedere con il tasso di democrazia e di rispetto delle culture locali, con la remunerazione dei produttori, con la cura sociale delle comunità coinvolte. Nel corso di soli quarant’anni questo mondo ha fatto progressi straordinari, dal punto di vista sia organizzativo sia della divulgazione delle informazioni. Il tasso medio di consapevolezza tra i consumatori oggi è decisamente migliorato e a loro disposizione ci sono botteghe e marchi che danno reali garanzie di equità nei processi produttivi e nelle remunerazioni. Tutto bene dunque? No, perché la lotta era impari. E, a fronte di progressi straordinari nel mondo del fair trade, gli squilibri di una globalizzazione orientata solo alle merci e alla loro sempre più rapida e facile circolazione, anziché al rispetto delle persone, si sono fatti insopportabili.

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Così abbiamo iniziato a parlare anche in Italia di produzioni ingiuste, fatte calpestando i diritti dei lavoratori, facendo loro rischiare la vita con il solo obiettivo di arrivare sul mercato con un prezzo più competitivo, creando grandi profitti per chi manovra l’intero meccanismo e grandi ingiustizie per chi si trova preso in mezzo. Ma soprattutto rendendo il consumatore non informato complice a volte di veri e propri reati, più spesso di atteggiamenti di abuso che a stento forse si mantengono nei confini della legalità, ma non per questo sono da ritenere accettabili. Le varie forme di caporalato, nel Sud Italia e non solo, sono forse le situazioni più note ed evidenti; ma il meccanismo di conclamata violenza che il sistema dei supermercati attua nei confronti dei produttori non è meno ingiusto. Concordare, prima della semina, un prezzo con un produttore e cambiarlo a raccolto avvenuto, quando lui comunque non può pensare di vendere in nessun altro modo il risultato di una monocoltura che gli è stata commissionata da una catena di supermercati, è sostanzialmente un ricatto che la grande distribuzione si può permettere di esercitare restando completamente indifferente all’idea che questo tipo di comportamento abbia conseguenze drammatiche non solo in termini economici, ma anche in termini di qualità delle produzioni.

Così il fair trade ha iniziato a riguardare le produzioni del made in Italy, come le arance e i pomodori, ma siamo ancora ai primi passi. Come se fossimo improvvisamente tornati indietro di quarant’anni. Ripulire le filiere in una situazione di grave dissesto culturale, economico e democratico, fare comunicazione presso i consumatori, assicurarsi che una nuova certificazione non vada ad accrescere la confusione invece di risolverla sono i nuovi problemi che si trovano di fronte, a casa propria, le organizzazioni che finora si sono occupate di fair trade a casa d’altri. E sempre più spesso avviene anche un piccolo miracolo: dai Paesi in cui un tempo si andava per creare ambiti produttivi equi, ci arrivano oggi le competenze e le esperienze di cui abbiamo bisogno per fare lo stesso percorso a casa nostra. Chiediamo aiuto alla Costa Rica, al Kenya, a tutti quei Paesi che quarant’anni fa chiamavamo “in via di sviluppo”. Che ci aiutino a trovare la nostra via allo sviluppo, perché quella che abbiamo imboccato pare senza uscita, e forse un po’ di sottosviluppo potrebbe essere la soluzione.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

Una domenica ogni due, noi e gli amici di Una parola al giorno trattiamo in parallelo una parola che riguarda la cultura del cibo – e non solo. Puoi leggere la definizione di Una parola al giorno a questo link.

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