Elogio della lentezza

Nel nostro viaggio lungo i 30 anni di Slow Food in Italia, vi proponiamo ogni settimana un articolo tratto da Slow, la rivista che da molti anni accompagna i nostri soci, scritto da personalità della cultura, dello spettacolo e dell’attualità. Iniziamo con Carlo Petrini che nel 1996 apre il primo numero della rivista e ci racconta che scegliere la Chiocciola a simbolo di Slow Food «significava voler invertire la marcia dei tempi». Buona lettura!

petriniUno dei primi testi, interamente consacrato alle lumache, è stato scritto nel 1607 da un aquilano, Francesco Angelita. Egli ne elenca le molte specie, ne traccia la storia, segnala gli ornamenti che si ricavano dai gusci. Ma il suo interesse va, in particolar modo, alla lezione che la loro vita impartisce, tacitamente, al genere umano. A osservarle bene, esse forniscono un modello di comportamento, riconducibile a più punti. Eccone i due principali:

– la Chiocciola è ‘di moto tardo, per ammaestrarci che l’esser veloci fa gli uomini inconsiderati e balordi’

– siccome porta su di sé la propria casa, ‘in ogni luogo dove è la Chiocciola è anche la sua patria’.

Francesco Angelita pensava che ogni creatura venisse da Dio e ne traducesse l’insegnamento. La prima virtù era la lentezza, la seconda l’adattamento, la capacità di insediarsi ovunque, in qualsiasi ambiente. Per lentezza, egli intendeva sia la prudenza che la gravità, il senno del filosofo e il ritegno della persona autorevole, di governo. Volendone amplificare il messaggio, diremo che la sua lumaca è insensibile alla fretta e prende tempo, traccia imperturbabile il proprio cammino, ed è di casa ovunque. Cosmopolita e riflessiva, preferisce la natura alla civiltà, e porta la civiltà su di sé, con il proprio guscio.

Questi giudizi appartengono a una saggezza antica e rustica. Fanno ormai parte dell’animale, e ne giustificano la straordinaria fortuna fino ai nostri giorni, sino alla scelta di Slow Food, quando, dieci anni fa, i pionieri del movimento si riconobbero in una chiocciolina. Era parso, allora, che un essere così insensibile alle tentazioni del mondo moderno avesse qualcosa di nuovo da rivelare, fosse un amuleto contro l’esasperazione, contro il malcostume di uomini troppo impazienti per sentire e gustare, troppo avidi per ricordarsi di quello che avevano appena divorato.

Un simbolo permette a persone diverse di riconoscersi solidali, è un’idea unica per molti, per tutti. Ogni qualvolta viene scelto da un gruppo, da un movimento, risponde a un desiderio di comunicare, di essere simili conservando la propria identità. Scegliere la lumaca, un mollusco dall’aspetto arcaico, dall’aria preistorica, significava voler invertorto 14ire la marcia dei tempi, voler correggere alcuni vizi del presente e del futuro. Fra le cause di disagio, vi era una ristorazione di facili costumi, e poteva offrire un primo bersaglio: bisognava agire contro il fast food, inteso come riduzione del cibo a consumo, del gusto ad hamburger, del pensiero a polpetta. Nessuno ovviamente può fingere di non sapere che, da oltre un secolo, la velocità è l’ossessione del mondo moderno, che domina ogni aspetto dell’organizzazione sociale, e disciplina di conseguenza i nostri pasti; è anche vero che, oggi, la stessa velocità moltiplica i tempi morti e le ore vuote, allungando la parte della settimana consacrata alla pigrizia, allo svago, al piacere. Questa contraddizione richiedeva e richiede una risposta. Potersi guardar intorno con le corna, con gli occhi della lumaca, uscire dal proprio guscio con cautela, risparmiare energia e trarre l’energia dal contatto con la terra e con i suoi frutti, è un modo nuovo di vivere.

Il secondo passo è stato compiuto aderendo al territorio, perlustrandolo palmo a palmo. Essendo la lumaca amica delle vigne, dai grappoli è nata una nuova ragione di solidarietà. Siccome i filari cingono sempre più lunghi e fitti il pianeta – come si potrà apprendere da alcuni articoli di questo numero – non c’è spazio che le sia precluso. Rallentando i tempi, acquisendo terre nuove, Slow Food ispira i suoi membri, ne organizza la vita, traversata dalle autostrade, scossa talora da improvvisi rumori, ma tendenzialmente rivolta verso un riparo, un rifugio, attratta da quella che Angelita chiamava la quiete. La consapevolezza di appartenere alla medesima specie, fa sì che, ovunque, nel mondo, sempre più numerosi si ritrovino oggi i nostri gusci.

Carlo Petrini

tratto da Slow – num 1 (apr-giu 1996)

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