El lugar de las fresas

Maite Vitoria Daneris è una simpatica ragazza spagnola che si muove a Torino molto meglio di alcuni oriundi. Ho voluto conoscerla e invitarla ai festeggiamenti per il decennale dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo quando ho visto il suo documentario El lugar de las fresas (Il posto delle fragole). Che dire? Il suo film mi ha colpito, mi ha fatto sorridere e mi ha commosso. Per quello che mi riguarda, è una delle pellicole migliori che circolano in questo periodo e nasce da una grande intuizione, che poi è una sorta di fil rouge che la lega a Terra Madre: il cibo, l’agricoltura come scambio e arricchimento tra culture diverse. La storia, infatti, è quella dell’amicizia e della collaborazione nata a Torino fra i banchi del mercato di Porta Palazzo, tra Lina Garrone, coltivatrice di fragole a San Mauro Torinese insieme al marito Gianni Baccola, e Hassan Raqabi, immigrato dal Marocco.

Ma che ci fa a Torino la madrilena Maite? «Sono arrivata qui nel 2005. Mi ero appena laureata all’Accademia di Belle Arti di Madrid e i miei decisero di regalarmi un viaggio. Scelsi Torino perché qui c’era una mia amica che faceva l’Erasmus. Non sapevo nulla di questa città ma ricordo che, appena arrivata, istintivamente ho pensato “Io qui ci vorrei vivere”. Le prime cose che ho visitato sono state il Museo del Cinema e Porta Palazzo. Mi sono subito innamorata di questo mercato, che, per colori e miscuglio di culture, mi ricorda la Spagna. Il mio lavoro di documentarista mi ha sempre spinto a raccontare le storie dei luoghi, delle persone, e questo posto sembrava perfetto per creare un nuovo progetto. Finita la vacanza, sono tornata a Madrid per 15 giorni e poi sono ripartita con un biglietto di sola andata. Sono passati nove anni e sono ancora qui». È il papà che ha trasmesso l’amore per l’arte a Maite: «Lui è un insegnante elementare ma fa mille cose da autodidatta: suona, dipinge… Ed è lui l’autore del (bellissimo, n.d.r.) libro illustrato che appare nel film».

Dai 15 anni ha iniziato a occuparsi di fotografia, facendo alcune mostre e vincendo anche qualche premio: «Pensavo sarebbe stata quella la mia professione, finché l’ultimo anno all’Accademia di Belle Arti un professore mi ha fatto scoprire i documentari: è stata una rivelazione. E ho capito che si tratta della forma di cinema più pura, perché racconta la realtà. C’è una frase di Alfred Hitchcock che mi piace molto citare: “Nel cinema di finzione il regista è dio, nel cinema documentario Dio è il regista”. Il mio primo cortometraggio l’ho girato a Las Hurdes, a cui Luis Buñuel aveva dedicato un documentario nel 1933: raccontavo come era cambiato questo piccolo territorio dell’Estremadura. Ho sempre amato il mondo contadino, lo vivo come una riscoperta delle mie radici: i miei nonni paterni erano agricoltori, ma abitavano nel nord della Spagna e purtroppo li ho frequentati pochissimo». E i protagonisti di El lugar de las fresas come li hai trovati? «All’inizio ho approfittato del fatto che la coinquilina della mia amica si stava trasferendo a Dublino e mi sono trasferita nella sua casa per un mese. Non parlavo neanche una parola di italiano però imparavo giorno dopo giorno. Ho trovato lavoro per tre mesi in un’agenzia di comunicazione sociale e con loro ho iniziato a lavorare a dei cortometraggi sul mercato e sul cibo. Una notte di febbraio, alle due, mentre giravo un corto sulla riqualificazione di piazza della Repubblica, è arrivata Lina. Mi ha subito incuriosito questa signora di una certa età che spingeva da sola le casse di frutta. Così ho iniziato a riprenderla, senza farmi troppo vedere, finché alle otto del mattino mi sono avvicinata a lei e mi sono presentata. Le ho raccontato cosa stavo facendo e da allora ho cominciato ad andare a trovarla al mercato, a farle delle foto, a prendere appunti. Dopo tre mesi mi ha invitato a casa sua: sono rimasta un paio di giorni e da lì in avanti è nato un legame forte, familiare». Un legame i cui equilibri sono cambiati con l’arrivo di Hassan: «All’inizio era molto diffidente, anche per una questione culturale: ci ha messo un po’ ad accettare di essere ripreso e, soprattutto, di essere ripreso da una donna. Poi, frequentandoci, andando insieme a casa di Lina, ha capito che si poteva fidare. Mi è capitato di fare da paciere tra lui e lei, e una volta l’ho anche sostituito al lavoro quando ha avuto il colpo della strega». La lavorazione è durata sette anni, perché il progetto del film è cambiato man mano che si andava avanti: «Non avrei mai pensato che sarebbe diventata una cosa così lunga. L’idea di partenza era quella di un corto, che col passare del tempo è diventato un mediometraggio. Quando poi è arrivato Hassan ho capito che El lugar de las fresas sarebbe diventato un film vero e proprio. La strada produttiva è stata molto dura. Non ho alle spalle una famiglia ricca e, mentre cercavo i finanziamenti per il film, per mantenermi ho fatto di tutto: ho lavorato due anni per la Fondazione Pistoletto, ho fatto l’operatrice, la montatrice, la guida in spagnolo per il Museo del Cinema… Ci sono stati momenti in cui ho pensato di mollare, ma tutte le volte succedeva qualcosa di piccolo o grande che mi convinceva a proseguire». In sette anni Maite ha accumulato 350 ore di girato. Con tutto questo materiale è tornata a Madrid per un anno e lì, con il giusto distacco, ha fatto una prima selezione di 8 ore; poi, con l’aiuto di Renato Sanjuan, un montatore spagnolo che, essendo di origine italiana, non aveva problemi di comprensione della lingua, è arrivata alla versione definitiva: «Tornare a casa è stato necessario ma traumatico: tutto in Spagna era andato avanti senza di me e capivo che ormai la mia vita era qui. Oggi posso dire che non mi manca la mia città d’origine, mi manca solo la mia famiglia». Finito il montaggio, proprio in una di quelle sere in cui pesa tutta una settimana di malumori e difficoltà, Maite apre la posta elettronica e trova una mail del Torino Film Festival: «Mi avevano selezionato: ero così felice che mi sono messa a urlare.

Alla prima c’erano i miei genitori, gli amici, tanta gente del mercato, e anche chi non aveva trovato posto mi ha aspettato fuori per fare festa. Ero un po’ preoccupata delle reazioni dei protagonisti: nel film ci sono scene in cui litigano, a un certo punto c’è Lina che piange. E invece alla fine erano entusiasti». Le tre proiezioni del Festival sono andate esaurite, e in quella occasione El lugar de las fresas ha vinto il premio Ucca 20 città e una menzione speciale per il premio Gli occhiali di Gandhi. Il film ha anche partecipato al festival Sguardi altrove di Milano, dove ha vinto come migliore documentario. Purtroppo, nonostante il buon riscontro, il film continua a non avere un distributore, ma Maite non demorde. Inoltre ha già in mente due nuovi progetti: uno riguarda il mondo delle mamme italiane, l’altro racconterà l’incontro e lo scambio culturale tra i contadini piemontesi e quelli che arriveranno a Torino dal 23 al 27 ottobre prossimi in occasione del Salone del Gusto Terra Madre, suggellando la comunione di intenti tra questa giovane regista e il mondo di Slow Food.

 

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