La mensa separa, la mensa unisce

Ci siamo mai chiesti come si sentano i bambini a mangiare in mensa? C’è chi lo ha fatto rivolgendo la domanda direttamente agli alunni della scuola primaria. Dalle risposte ottenute la mensa emerge come un posto piuttosto triste, dove il cibo è monotono e i menu sono sempre uguali.

Da quando il Tribunale di Torino ha sancito il diritto di portare il pasto da casa, il dibattito intorno alla ristorazione scolastica affiora sia sui mezzi di comunicazione che nelle istituzioni, puntando i riflettori principalmente sulle tariffe troppo alte alle quali non corrisponde un’adeguata qualità dell’offerta, con grandi sprechi di cibo e insoddisfazione da parte dei bambini. Ma il dibattito si è ampliato oltre i temi economici e nutrizionali, toccando pure l’aspetto pedagogico, giuridico e relazionale del fenomeno.

A sei mesi dalla sentenza di Torino, anche il MIUR ha riconosciuto la possibilità di portarsi il pasto da casa e di consumarlo nel refettorio insieme ai compagni. Eppure ci sono dirigenti scolastici che non applicano queste indicazioni: «In Italia la situazione è a macchia di leopardo» spiegaGiorgio Vecchione, legale delle famiglie ricorse al Tribunale di Torino. «Ci sono dirigenti scolastici che obbligano i bambini che portano il pasto da casa a mangiare in aule diverse dagli altri compagni. A Torino, dove ormai 450 studenti arrivano a scuola con il pranzo pronto, si è istituito un osservatorio che ha il compito di disciplinare la questione».

Ma la guerra del panino ha lasciato strascichi in altre città e aperto a esiti non sempre concordi con quelli dei giudici torinesi. Il Tribunale di Napoli, ad esempio, in maggio ha rigettato il ricorso d’urgenza di una mamma-avvocato precisando come «al diritto alla libertà di scelta individuale del genitore vanno contrapposti altri diritti fondamentali della collettività, anch’essi di rango costituzionale, come il diritto all’uguaglianza e alla salute e la partecipazione a una comunità sociale, quale appunto quella scolastica».

Per Francesca Rocchi, vicepresidente di Slow Food Italia, «la sentenza del Tribunale di Napoli riporta doverosamente al centro del dibattito politico, la necessità di partire da un confronto serio tra famiglia, scuola, amministrazioni comunali per trovare insieme la soluzione più adattata per la comunità di riferimento. Perché solo quando si innesca la volontà di ascoltare tutti, ma veramente tutti gli interlocutori, possiamo definirci “civili”». L’auspicio è che da qui parta «una riflessione che per noi diventa indispensabile rispetto alla tutela dei diritti acquisiti ma soprattutto rispetto al ruolo educativo della mensa scolastica, ruolo questo totalmente ignorato quando si é persino costretti a dividere gli alunni nel momento conviviale».

Qualcosa già si muove, nel momento in cui l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) invita la politica, finora piuttosto latitante, a redigere linee guida più chiare in materia. Anche perché il servizio mensa è un business che vale 1,3 miliardi di euro per un numero complessivo di 380 milioni di pasti l’anno.

«Davanti a questi numeri è importante chiedersi chi c’è dietro la mensa dei nostri figli» interviene Enza Blundo, senatrice M5S. «L’educazione scolastica passa anche attraverso l’alimentazione. Obesità, sprechi, malnutrizione e cattiva nutrizione: sono tutti argomenti che devono accompagnare la riflessione. La scuola deve diventare un baluardo della buona alimentazione, garantire la salute dei nostri figli e favorire l’esplorazione dei gusti, abituando alla diversità degli alimenti. E allora monitorare gli appalti diventa necessario: i genitori, chiamati a partecipare attivamente alle scelte, hanno un ruolo centrale».

Stefania Pezzopane, senatrice Pd, illustra la proposta di legge di cui lei stessa è firmataria: «Si parla di “ristorazione collettiva” perché il pranzo deve essere visto come un momento conviviale, dove ad alimentarsi sono anche le relazioni tra compagni di classe. Inoltre introduciamo il criterio della qualità: nell’individuare l’azienda che fornisce il pasto non deve per forza prevalere il prezzo più basso, ma l’offerta deve tenere conto anche della qualità del servizio e del cibo offerto».

Uscendo dal Palazzo, troviamo gli esempi sul territorio che provano a mettere insieme amministrazione, produttori agricoli e genitori. Ne parla ad esempio Alessandra Bircolotti, legale delle Associazioni Genitori Mense di Perugia: «Nel 2007, il Comune di Perugia cercò di esternalizzare il servizio mensa fino ad allora gestito direttamente da un gruppo di genitori, i quali si occupavano sia dell’acquisto di derrate alimentari che della raccolta delle rette mensili. L’iniziativa del Comune aprì un ampio dibattito, culminato con la costituzione diun’associazione di genitori che ha scelto direttamente i fornitori: attraverso un protocollo è stata coinvolta la rete dei produttori biologici del territorio, scelta che ha prodotto anche un notevole risparmio in termini economici, generando la possibilità di investire di più in attività didattiche. La partecipazione è un processo lungo. Noi ci abbiamo impiegato dieci anni per arrivare a questo modello».

A pensare che la mensa possa essere un’opportunità per le aziende agricole del territorio non sono solo i genitori di Perugia. A Caggiano, in provincia di Salerno, la mensa vede addirittura la partecipazione dei genitori che hanno aziende agricole nella fornitura dei prodotti alimentari. Chi produce ortaggi e frutta li conferisce alla scuola frequentata dai propri figli e ottiene sconti sul servizio di ristorazione.

Anche lo chef Antonio Ciappi, direttore Siaf di Bagno a Ripoli (Firenze) e amministratore unico di Qualità e Servizi dei comuni di Sesto Fiorentino, Campi Bisanzio e Signa, è convinto che un’altra mensa sia possibile: «Dove i comuni hanno optato in maniera sbrigativa per l’esternalizzazione del servizio mensa, non ci sono stati buoni risultati. Noi abbiamo voluto applicare il concetto delbuono, pulito e giusto alle mense: così abbiamo scelto di comprare tutti prodotti locali e preparare ricette buone e originali».

Lo spreco alimentare è passato dal 12% della media nazionale al 5%: «Questo perché ai bambini piace ciò che si mangia. Al punto che mi è stato chiesto di aprire un gruppo di acquisto solidale dove pure gli adulti possano acquistare i prodotti impiegati nella mensa dei loro figli. E non esagero quando dico che ci sono genitori che iscrivono i loro figli nelle scuole che rifornisco per via della mensa».

 

Maurizio Bongioanni

m.bongioanni@slowfood.it

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