Doha, la contadina palestinese che tesse la rete di solidarietà

C’è una risposta schietta e soprattutto efficace a difficoltà, ingiustizie e soprusi. Si chiama rete, aiuto reciproco, solidarietà. Lo dimostrano le Comunità di Terra Madre, nodi di una rete che a partire dal cibo, dal confronto e dalla condivisione propone e mette in pratica un nuovo paradigma, un nuovo modello sociale. E lo dimostrano le tante iniziative spontanee che nascono, spesso per necessità, e che diventano nodi di quella rete e moltiplicatori di quei comportamenti. Uno di questi nodi si chiama Doha Asoos Mona ed è una contadina che vive in Palestina, in Cisgiordania. Ha aperto la sua casa al mondo e imbastito una rete internazionale di volontari che danno conforto, speranza, ma soprattutto aiuto ai contadini palestinesi.

Per capire di che tempra sia fatta Doha basta davvero poco. Il suo sguardo è senza fronzoli, sincero, dolce eppure deciso, frutto della sua normalità di donna, madre e contadina. Poco lascia trasparire delle difficoltà con cui deve fare i conti. Conoscerla è stato un onore, come un onore è raccontarvi la sua storia.

Doha vive con la sua famiglia a Burin, tremila anime rannicchiate vicino a Nablus, in Cisgiordania. È un villaggio contadino come tanti, costruito a valle come tradizione vuole e circondato da colline brulle dove si inerpicano gli ulivi. Oggi quelle colline sono terra di conquista per i coloni e Burin si ritrova circondato dagli insediamenti. Ma è qui che Doha è voluta tornare dopo qualche anno a Baghdad: «Mio marito fa l’insegnante nella nostra scuola elementare. Ma come la maggior parte degli abitanti di Burin, coltiviamo la terra e alleviamo gli animali. Me ne occupo io, insieme ai miei figli e con l’aiuto di alcuni contadini locali».

Mi dice Doha: «La mia famiglia coltiva uliveti da generazioni. Qualche anno fa abbiamo potuto potenziare l’attività acquistando dal governo giordano – e grazie a progetti di supporto all’agricoltura locale – altri alberi di ulivo. Coltiviamo anche il timo, base dello zaatar, il tradizionale mix di timo, sesamo tostato e sumak che accompagna piatti della tradizione o il semplice e delizioso pane e olio. Abbiamo avviato un frutteto e alleviamo quaranta galline». Tutto questo lavoro fa sì che la famiglia di Doha, come quelle di molti contadini di qui, sia autosufficiente: olive, olio, grano e tutto ciò di cui ha bisogno per sé e per gli animali della fattoria. Il poco che avanza è venduto al mercato locale.

Non nasconde l’orgoglio per il suo lavoro Doha, ma non può celarmi i problemi. Questa volta non si tratta solo di burocrazia canaglia o del clima che impazzisce. Ma di un conflitto che tiene sotto scacco soprattutto i contadini, che fanno fatica a sopravvivere con la dignità che gli spetta a causa della dura occupazione militare israeliana e dal proliferare degli insediamenti illegali. «Alcune delle nostre terre si trovano in zone dichiarate Area C dopo gli accordi di Oslo, sotto il controllo amministrativo e militare israeliano. Per coltivarle siamo costretti a chiedere il permesso all’amministrazione israeliana che spesso non lo concede oppure lo fa con ritardo. Spesso siamo costretti ad abbandonare il lavoro perché arriva l’esercito a dirci che è scaduto il tempo a nostra disposizione. I giovani di Burin che continuano a lavorare nonostante il divieto vengono arrestati, come da poco è successo a un nostro vicino».

Un disegno della figlia di Doha che ben ci fa vedere come la sua fattoria sia accerchiata dagli insediamenti

E poi ci sono i difficili rapporti con i coloni. Vicino a Burin ci sono due avamposti, insediamenti illegali che nascono con lo scopo di crescere e costringere l’autorità israeliana ad accettarne l’esistenza: «Durante la raccolta del 2015 i coloni hanno dato fuoco alle nostre piante, e mentre cercavamo di spegnere l’incendio un colono ha colpito in testa con una pietra un nostro amico inglese».

Ma come vi dicevo all’inizio, Doha non è certo una che si arrende, si è rimboccata le maniche e ora la sua è diventata una solida rete: «Io coordino l’attività dei volontari internazionali che vengono ad aiutarci nella raccolta. La loro presenza per noi è fondamentale: oltre l’aiuto oggettivo, ci dà coraggio», mentre si spera invece scoraggi le aggressioni dei coloni. Per questo Doha lascia aperta la sua casa, accoglie e riunisce i volontari alla sua tavola, tanto che i pasti ricordano quelli delle nostre vendemmie quando famiglia e amici condividono fatica e piacere del cibo. Un seme che speriamo possa dare i suoi frutti.

Doha, anche quest’anno, sarà a Torino durante Terra Madre Salone del Gusto, dal 20 al 24 settembre.

 

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

da La Repubblica del 29 marzo 2018

Per info sul volontariato in Palestina: www.zaytoun.org

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio