Dimmi che bio scegli e ti dirò chi sei

marcheImmaginiamo che gran parte di voi abbia visto la puntata di Report sul bio (sì, dai, ci torniamo anche noi) e allo stesso modo immaginiamo che la maggior parte di coloro che hanno impiegato così la propria domenica sera non abbiano visto soddisfatte le proprie aspettative.

Per chi è più che interessato a quello che mangia, a come viene prodotto, a trovare un cibo buono per sé, per l’ambiente e per chi lo produce, non serve forse un servizio giornalistico che, se ha avuto il merito di insinuare il dubbio e sollecitare più controlli, non offre rifugio al consumatore finale. La regola per noi è sempre la stessa: cerchiamo di conoscere chi ci offre il cibo che portiamo in tavola, siamo curiosi, non temiamo di tediare il nostro spacciatore di verdurine di fiducia con mille domande e oltre al naso e alla bocca usiamo la testa. Presuntuosi? Direi piuttosto prudenti e interessati. E non mi venite a dire che non avete tempo perché conosco mamme con prole frignante al seguito che, nonostante il lavoro full time, riescono a organizzare incursioni al mercato, a scovare gruppi d’acquisto di ogni specie e a non impazzire.

Le rese del bio raggiungono quelle del convenzionale
Tornando a Report, forse un po’ più di approfondimento da una trasmissione di quel livello (che pur ha avuto il merito di svegliare il can che dorme soprattutto in Piemonte), sarebbe stato gradito. Certo, vale mettere in guardia dalle truffe (ma sul marketing del packaging dei cosmetici, nessuna novità, ci pare, no?), ma possibile che siano tutti imbroglioni? L’aspetto su cui ci piacerebbe invece soffermarci è un altro. Possibile che si debba dimostrare a suon di certificati – con costi indecenti e processi burocratici svilenti – di essere completamente naturali? Questo onere non dovrebbe invece ricadere su chi produce inquinando, proponendo un prodotto arricchito da tossine e veleni? Perché lo sforzo debbono farlo i virtuosi? Domanda retorica, va bene, ma sarebbe bello che i consumatori pretendessero altro, considerato che siamo noi a tenere su il Mercato. Già che stiamo parlando di bio, volevamo segnalare ancora altri due notiziole. O meglio, studi che sostengono come le coltivazioni biologiche potrebbero nutrire il mondo. Quello pubblicato dalla Royal Society il 10 dicembre mostra come le rese dell’agricoltura bio possano raggiungere quelle dell’agricoltura convenzionale. Senza utilizzare quantità smisurate di pesticidi e fertilizzanti sintetici che soffocano gli ecosistemi marini con fioriture di alghe pestifere. Questa ricerca, opera della prestigiosa Università di Berkeley in California, dimostra come la differenza di rese tra colture biologiche e convenzionali, se si rispetta la rotazione stagionale, può raggiungere la soglia dell’8%, percentuale decisamente inferiore rispetto al 25% stimato in precedenza. Se quanto affermano gli studiosi californiani fosse vero, significherebbe che le coltivazioni bio possono sfamare il pianeta. Prima degli applausi, però, vorrei invitarvi a una riflessione. Le maggiori rese non aiuteranno a combattere fame e obesità (l’assurdo paradosso che viviamo con sfacciata indifferenza), soprattutto perché in realtà la maggior parte delle colture finiscono con alimentare allevamenti e auto, non le persone. Negli Stati Uniti infatti, più di tre quarti delle calorie prodotte dalle aziende agricole è destinato all’allevamento e ai combustibili biologici. Insomma il punto è sempre lo stesso: la fame zero si raggiunge aumentando l’accesso al cibo, non aumentando le rese… Dati alla mano, allora, quanto ci serve l’agricoltura industriale a sfamarci? Il problema non è quindi coltivare di più, ma garantire alle comunità accesso al cibo e sovranità alimentare. La strada, non ci stanchiamo di ribadirlo, è quella dell’agricoltura familiare.

Puntiamo sull’agricoltura familiare
E ancora una volta non siamo i soli a sostenerlo: un recente sondaggio a cura di Grain che, grazie a una corposa base dati raccolti in tutto il mondo, mette in luce come sono i produttori di piccola scala a sfamare il mondo e lo fanno utilizzando solo il 24% della superfice coltivabile, o il 17% se si escludono Cina e India. E come fanno questi contadini a sfamarci tutti coltivando una superficie così irrisoria? Il paradosso è che le piccole aziende agricole spesso sono molto più produttive di quelle grandi. The Ecologist ci informa che se i rendimenti delle piccole aziende keniote fossero messe nelle stesse condizioni delle produzioni su larga scala, la produzione raddoppierebbe. In America Centrale triplicherebbe. Se le rendita delle mega aziende in Russia raggiungesse i risultati di quelle piccole, la produzione aumenterebbe di sei punti.

Insomma, crediamoci. Con un po’ più di impegno e interesse possiamo davvero migliorare il mondo con la forchetta. Il bio costa troppo e non ci fidiamo per via dei “biofurbetti”? Chiediamo, informiamoci e valutiamo le nostre priorità d’acquisto.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonti
Environmental Working Group

theecologist.org

Difendiamo il cibo vero insieme - Diventa Socio Slow Food

comments powered by Disqus