Dalle Filippine all’ONU in difesa dei popoli indigeni

Oggi vi presento una donna minuta ma di una forza dirompente. Victoria Tauli Corpuz appartiene al popolo Kankana-ey Igorot, originaria del nord delle Filippine e dal 2014 Special Rapporteur delle Nazioni Unite per i diritti dei popoli indigeni. «Troppo spesso mi trovo a investigare violazioni legate al diritto al cibo di questi popoli – racconta -. Parliamo dell’impossibilità di accedere a un cibo buono, pulito, giusto e sano, ma anche di perdita della loro identità culturale, intrinsecamente legata a ciò che mettono nel piatto». Per questi popoli, infatti, i riti religiosi durante l’anno scandiscono anche momenti fondamentali per la produzione del cibo come la semina e la raccolta. Come si possono però difendere e tramandare le tradizioni legate al cibo se l’accesso è spesso negato?

Da sempre impegnata sul campo, Victoria si è battuta in passato contro il progetto della Diga idroelettrica del Rio Chico nelle Filippine, che avrebbe inondato decine di villaggi tradizionali, e contro le operazioni di taglio del legname che rischiavano di disboscare zone abitate dai popoli indigeni.

«È in quelle parti del mondo dove prevalgono attività industriali imponenti, come nelle Filippine, in America Latina e in Africa, che il nostro lavoro diventa importante – continua -. L’espansione dell’agricoltura estensiva sta distruggendo la vita e la cultura dei popoli indigeni: ad esempio in Brasile i fiumi sono contaminati e questo mette in serio pericolo la vita di chi fonda la propria esistenza sulle loro acque. Nelle Filippine la situazione non è migliore a causa delle attività delle compagnie minerarie: la zona da cui provengo, ad esempio, basa la sua economia sulla produzione di riso che adesso è seriamente compromessa».

Ma ci sono spiragli positivi per il futuro: «Per fortuna adesso la questione della criminalizzazione dei popoli indigeni sta uscendo allo scoperto, anche se si tratta solo della punta dell’iceberg». Fondamentale per Victoria valorizzare il ruolo delle donne all’interno di queste comunità: «Sono innovatrici e allo stesso tempo conservano e tramandano le tradizioni: il loro ruolo per la protezione dei semi, ad esempio, è davvero fondamentale. Sono loro a battersi contro la deforestazione e per proteggere suolo e acqua dall’inquinamento, indispensabili per un cibo sano».

Ecco allora che proprio le donne colgono maggiormente le sfumature del cambiamento climatico, proprio per la loro posizione centrale nella produzione di cibo, trovandosi ogni giorno a lottare contro siccità, inondazioni e le calamità naturali che purtroppo affliggono il nostro pianeta. «Quando si è costretti ad abbandonare la propria terra a causa di fenomeni come innalzamento delle acque o aridità si smarriscono le radici e si perde il proprio ruolo, che consiste anche nell’educare le nuove generazioni al rispetto della terra e del cibo», continua Victoria.

All’interno della rete di Terra Madre abbiamo costituito un comitato che si occupa delle questioni dei popoli indigeni e della tutela dei loro cibi tradizionali, spesso alla base di antiche ricette e a rischio di scomparsa. Solo nelle Filippine abbiamo fatto salire 64 prodotti a bordo dell’Arca del Gusto, il progetto che permette a tutti di segnalare cibi in pericolo: dall’alga indigena al vino di riso, dalla cannella di Cebu ai Fagioli kadyos. Slow Food sta anche portando avanti Food for Change, la campagna di sensibilizzazione sul rapporto tra cibo e cambiamento climatico, più che mai al centro della discussione quando parliamo di popoli indigeni. «Per me il cibo del cambiamento è quello legato alla propria terra di origine, la ricetta tramandata dalle anziane che si erge contro il junk food che la società tenta di imporre a ogni costo. È il cibo che lotta contro l’agricoltura intensiva, il commercio indiscriminato dei semi e l’inquinamento sfrenato. È voltarsi indietro e riconoscere la ricchezza che c’è sul nostro pianeta e che tutti dobbiamo tutelare».

Carlo Petrini

Da la Repubblica del 28 novembre

Appuntamento domani 6 dicembre con Rfood e la rubrica di Carlo Petrini su la Repubblica

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