Qual è la dieta più amica dell’ambiente?

Pare che la dieta vegana non sia la più sostenibile di tutte. Ce lo dice uno studio (Carrying capacity of U.S. agricultural land: Ten diet scenarios) pubblicato di recente da Elementa e ripreso da Internazionale. In buona sostanza la ricerca arriva alla conclusione che eliminare completamente i prodotti d’origine animale non è il modo migliore per sfruttare i terreni in modo sostenibile. Potrete ben immaginare quanto questa conclusione stia facendo discutere.

Considerato l’alto numero di variabili che intervengono nella catena alimentare, è chiaro che determinare quale sia la dieta “più amica” dell’ambiente è un percorso tutt’altro che semplice. Ma questo primo risultato è sicuramente un nuovo punto di partenza che apre nuove strade nello studio delle strategie della sostenibilità. Oltre quanto dimostrato dalla letteratura precedente (è provato da decenni che scegliere modelli alimentari caratterizzati da un elevato consumo di vegetali e un ridotto consumo di derivati animali sia la dieta ecologicamente più sostenibile) Carrying capacity of U.S. agricultural land: Ten diet scenarios non si ferma all’analisi dell’impatto di allevamento e agricoltura, ma studia le relazioni, osservando il sistema alimentare nel suo complesso. Perché: «Se le strategie per la sostenibilità devono affrontare sia il consumo, sia la produzione, allora si rendono necessari studi che collegano l’agricoltura alla nutrizione» scrivono gli statunitensi.

A partire dalla domanda «Che cosa dovremmo mangiare?», lo studio esplora le conseguenze di una dieta completamente a base vegetale, di due diete vegetariane (una che include latticini, l’altra che include uova e latticini), di quattro onnivore (con vari gradi d’influenza vegetariana), di una povera di grassi e zuccheri e una più in linea con le attuali abitudini alimentari statunitensi. Secondo modelli sviluppati, la dieta vegana riesce a nutrire meno persone di due delle diete vegetariane analizzate e di due delle quattro diete onnivore. Questo perché quella vegana è l’unica dieta a non servirsi di alcun tipo di coltura perenne e, per questo motivo, vanifica la possibilità di produrre molto più cibo. Infatti usiamo tipi diversi di terra per produrre diversi tipi di cibo, e non tutte le diete sfruttano questi terreni in maniera uguale.

E poi pensate ad esempio ai pascoli di montagna: producono cibo dove non ci sarebbe possibilità di ottenerne altrimenti. «Se improvvisamente diventassimo tutti vegani, ci sarebbero conseguenze significative, su cui spesso non ci si sofferma abbastanza. Montagne disabitate, animali che non troverebbero più allevatori e nutrimento, artigiani alimentari che chiudono, tradizioni gastronomiche antiche di secoli che scompaiono. Magari da queste macerie nascerebbe una civiltà migliore. Magari no. Ma la compassione verso gli animali, sentimento sacrosanto e meritorio, può trovare forme pratiche meno drastiche» commenta Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità.
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Rimane certo che la superficie di terra necessaria per produrre quanto ci serve in un anno scende vertiginosamente se si riduce il consumo di carne. Oggi, il consumatore statunitense medio, per soddisfare le sue esigenze alimentari, usa più di un ettaro di terra l’anno, tre delle diete vegetariane esaminate ne utilizzano meno di 0,2.

Carrying capacity of U.S. agricultural land: Ten diet scenarios concentra l’attenzione su questioni finora sottovalutate. «Mentre i terreni agricoli sono spesso analizzati nel loro complesso, il nostro studio mostra come il calcolo del diverso contributo di pascoli, coltivazioni e colture perenni ha una forte influenza sulla capacità portante dell’ambiente. Abbiamo infatti dimostrato che, date specifiche condizioni di uso del suolo, le diete che prevedono modeste quantità di carne, superano quelle vegane [in termini di sostenibilità ambientale, ndr], mentre le diete vegetariane, che comprendono anche i prodotti lattiero-caseari, ottengono il migliore risultato in assoluto […] Non vi è più dubbio che la composizione della dieta conta» concludono gli accademici. Forse un limite di questo studio è che non dice quale tipo di carne venga presa in considerazione, prodotta da quale tipo di allevamenti. Sappiamo che non tutti hanno lo stesso impatto, né sugli animali, né su l’ambiente. Rimane il fatto che apre un bel dibattito e una nuova prospettiva di analisi.

Come rimane il fatto che quel che scegliamo di mangiare è certamente un fatto privato, noi cerchiamo di condividere racconti e informazioni, di dare strumenti per poter scegliere, ma alla fine (e per fortuna) ognuno mette nel piatto quel che preferisce. Spesso, però, e su questo abbiamo più di un riscontro per quanto empirico, se scelto con consapevolezza è davvero più buono.

 

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonti
Internazionale

www.elementascience.org

 

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