Decrescita

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia. Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è decrescita.

Che c’entra la decrescita con il cibo?

Sembra un controsenso, in effetti. La frase che ha accompagnato la nostra infanzia è stata «mangia, che devi crescere». Però in qualche modo la strada della decrescita e quella del cibo si sono incrociate, ed è interessante ricostruire la mappa di questo percorso. Decrescita stava inizialmente nella casa degli economisti, e dunque dei politici, che pronunciavano questa parola con orrore, e cercavano di tenerla sempre il più lontano possibile. La parola che a loro piace è crescita, riferita al Pil. Quando dicono “decrescita” diventano tristissimi, perché stanno parlando del fatto che il Pil, ovvero il sistema per misurare le movimentazioni di denaro, non cresce, il denaro si muove poco e, secondo loro, quando il denaro si muove poco la gente non sta bene. Strano, perché loro sanno molto bene che il denaro si muove tantissimo anche se la gente sta malissimo, come quando ci sono guerre, terremoti, incidenti stradali… Così qualcuno ha iniziato a dirglielo: occhio che questa faccenda delle crescita non ha tanto senso, non può funzionare come dite voi. E visto che politici ed economisti insistevano a parlare di crescita si decise di insistere sul suo opposto, la decrescita. Ma se fin da bambino ti hanno sempre guardato con amore dicendo «ma come sei cresciuto!», è difficile innamorarsi di una parola come decrescita. Perché, parliamoci chiaro, crescita è una parola bella, decrescita è una parola triste. Il problema non è quale scegliere per parlare di benessere, ma capire che la crescita e la decrescita riferite alla movimentazione di denaro non hanno nulla a che fare con il nostro benessere.

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I sostenitori della decrescita hanno cercato di spiegare che sotto la bandiera della decrescita stava un sistema complesso di idee sullo sviluppo, la modernità, le relazioni tra le persone, la relazione delle persone con il denaro e con il lavoro e con il tempo. Hanno cercato di abbinare l’idea di decrescita all’idea di felicità, e qui forse qualche progresso l’hanno fatto, perché un po’ passava la paura. Come vedete, l’idea della decrescita si andava avvicinando a quella della sostenibilità. Erano occhiate furtive, ma si capiva che c’era un’intesa. È così che Decrescita ha incrociato sulla sua strada il mondo del cibo sostenibile. In quel mondo lì era facile capirsi, perché certamente un chilo di mele raccolte prematuramente in Cile, confezionate in Olanda e distribuite in Italia fa alzare tantissimo il Pil. Ma sono mele prodotte in qualche monocoltura di grande scala, che ha bisogno di trattamenti, mele che non possono arrivare a maturazione, che hanno bisogno di carburanti per il loro trasporto, plastica e cartone per il loro confezionamento; e ancora carburante per chi andrà a comprarle e butterà la plastica e il cartone nei rifiuti, che poi andranno smaltiti e anche questo farà muovere tanto il Pil. Mentre un chilo di mele biologiche prodotte da un agricoltore che le vende al mercato più vicino, o direttamente a casa sua, quando sono mature, mette in gioco molti meno attori economici. Le mele finiranno complessivamente per costare meno e per essere più buone. Faranno meno danni ambientali, produrranno un po’ di salute pubblica in più (e saranno altri denari che non circolano, perché non ci sarà bisogno di medicine).

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Il Pil si sarà abbassato un po’, le persone staranno meglio. Sono le mele della decrescita, e del benessere. Così come lo sono, ancora di più, quelle che possiamo raccogliere nel nostro giardino di casa. Sì, anche di questo parlano i sostenitori della decrescita: di autoproduzione. Che fa crescere le competenze, la cultura e le capacità. Ma non il Pil. Perché quello, cresca o decresca, non ci dice come stiamo. Le persone, l’ambiente, la vita non sono elementi riducibili a misurazioni. Il riduzionismo non legge con cura il mondo del vivente. Il pensiero che il Pil dia la misura del nostro benessere non è che una delle sue tante espressioni, ma dimentica che a movimentare denaro sono le persone e per sapere come stanno non si può semplicemente misurare se e quanto spendono.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

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