Dalla parte dei lavoratori, al bando i caporali

Era l’agosto 2011 quando a Nardò, in Puglia, decine di lavoratori sfruttati per la raccolta dei pomodori dai caporali  incrociarono le braccia e dichiararono che non avrebbero più mosso un dito se non fosse stato garantito loro un salario adeguato e condizioni abitative degne di questo nome. E a distanza di anni è successo di nuovo: lo scorso agosto nove lavoratori Sikh hanno denunciato il loro caporale indiano, uno sfruttatore al passo con i tempi, che li convocava la sera prima per il mattino tramite un gruppo su WhatsApp. Questa volta non è un affare tutto italiano: l’azienda incriminata è l’olandese “Ortolanda”, specializzata nella coltivazione di ravanelli, che fa della qualità e dello sviluppo sostenibile i suoi cavalli di battaglia. Le indagini sono ancora in corso ma intanto nell’Agro Pontino nulla è cambiato: gli orari di lavoro sono estenuanti e per reggere la fatica i braccianti fanno uso di metanfetamine, antispastici e oppio. Una dipendenza che certo non aiuta e che non può che peggiorare la situazione: è di pochi giorni fa la notizia di un altro bracciante che si è impiccato nel capannone dove lavorava, nella campagna di Borgo Hermada.
raccolta pomodoriOggi, cinque anni dopo lo sciopero di Nardò, poco sembra essere cambiato sul fronte del caporalato, un fenomeno in espansione che ormai coinvolge 400mila lavoratori in totale, secondo l’osservatorio Cgil. È stata approvata una legge (il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro) che punisce i caporali – ma non le aziende agricole! – ed è stata istituita dal governo la Rete del lavoro agricolo di qualità per riunire i produttori “puliti”. Ma questi strumenti non bastano a far fronte a un fenomeno che si fa sempre più complesso. Oggi c’è un’emergenza nell’emergenza: nei centri d’accoglienza per i richiedenti asilo sono registrati 111mila migranti (un anno fa erano 33 mila in meno!). Arrivano da Pakistan, Nigeria, Gambia, Senegal, Mali e molti hanno in tasca un permesso di protezione internazionale. La loro disperazione li rende preda ideale dei caporali: nel maggio scorso a Prato sono stati indagati 12 pakistani che andavano a prendere i profughi nei centri di accoglienza per la vendemmia del Chianti. Con la compiacenza di alcuni consulenti del lavoro, che fornivano false buste paga, questi «schiavi negri e stronzi», come li definivano i 12 razzisti, venivano pagati 4/6 euro l’ora, a fronte di un contratto nazionale che ne prevede 9.

caporalato aranceIn cinque anni comunque c’è una nota positiva: i controlli sono aumentati e con loro le sanzioni. Nel 2015 sono state ispezionate 8862 aziende agricole e sono stati trovati 3629 braccianti in nero e 6153 irregolari. Quest’ultimo dato è il più preoccupante: si tratta del lavoro grigio, il più pericoloso perché più difficile da individuare nei controlli. Lo ha capito anche la “Centro Lazio”, cooperativa della pianura pontina, in cui i braccianti lavoravano 20 giorni al mese ma erano in regola solo per 12. Così se arrivano i controlli la documentazione è a posto ma lo sfruttamento rimane. L’aspetto ancor più scandaloso è che la cooperativa “Centro Lazio” ha ricevuto negli ultimi tre anni un milione e 440mila euro di finanziamenti europei: 304mila nel 2013, altri 600 nel 2014 e 536mila l’anno scorso. Una cifra considerevole, che non è stata bloccata nonostante le rappresentanti dell’impresa, le sorelle Fiorella e Stefania Campa, già nel 1994 fossero state denunciate per sfruttamento. Un vizio di famiglia pare, visto che il padre era stato arrestato l’anno prima per occultamento di cadavere e violazione della legge sugli stranieri, per aver gettato in discarica il cadavere di un bracciante morto sui campi.

«La situazione è peggiorata – dice Yvan Sagnet, leader dello sciopero dei braccianti di Nardò -, i diritti sono regrediti. Sono stati approvati molti provvedimenti, ma rimangono inefficaci se non ci sono i controlli». Gli fa eco il magistrato Bruno Giordano: «Le agenzie interinali celano spesso i caporali del terzo millennio, perciò dovrebbero esserci maggiori controlli. E quando il reato di caporalato avviene da parte di un’agenzia bisognerebbe prevedere un’aggravante». E prevedere una sanzione anche per l’azienda agricola, non solo per il caporale che sfrutta, come avviene ora.

Leggi migliori, dunque, e meglio applicate, oltre al coinvolgimento dei consumatori (di cui abbiamo parlato qui): questa sembra essere la ricetta per mettere finalmente fine al caporalato. Tutti possiamo fare la nostra parte perché, fra altri cinque anni, il bilancio ci piaccia un po’ di più.

a cura di Francesca Monticone
f.monticone@slowfood.it

Fonte:
L’Espresso

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