Le sei tappe dello spreco alimentare. Dal campo al camion frigo

Sprecare cibo è un delitto, per giunta con molti colpevoli. Come in una partita di Cluedo, gli indiziati sono tanti e tutti con un movente diverso: si incomincia nelle aziende agricole, dove i coltivatori selezionano verdura e frutta da inviare alla grande distribuzione.

Fuori dal cesto quella patata che è diventata grossa come un mattone, è troppo bizzarra. Via l’anguria con un taglio sulla buccia, al compratore non piacerà. Anche il cavolfiore con quelle macchiette provocate dal sole e quella pesca che ha perso il suo rossore prima di essere raccolta sono da buttare.

Dopo la prima selezione sul campo, è il turno delle ditte di confezionamento. Ogni contenitore plastico ha una capienza precisa, perciò le fragole o le prugne in eccedenza sono da buttare, se non possono essere riutilizzate subito per succhi e marmellate.

La maggior parte del cibo che mangiamo affronta un lungo viaggio prima di finire nel nostro piatto. Nel tragitto dal campo al distributore all’ingrosso – passando per l’imballaggio – può succedere di tutto, ad esempio una caduta accidentale che provoca qualche ammaccatura. Basta un ingorgo in autostrada ed ecco che la lattuga pre-lavata appassisce nel suo sacchetto di plastica.

Infine – e forse soprattutto – ci sono i supermercati, i ristoranti e le nostre tavole, quelle dei consumatori che a volte (spesso, dite?) comprano più di quanto riescano a mangiare o dimenticano in fondo al frigorifero quei vasetti di yogurt alla frutta.

Il quotidiano britannico The Guardian ha tracciato in sei tappe, dal campo alla forchetta, il ciclo di vita di alcuni alimenti molto amati negli Stati Uniti, per capire come mai ogni secondo che passa una quantità di cibo del peso di una berlina finisca nella spazzatura (60 milioni di tonnellate all’anno solo negli Usa). Noi vi riproponiamo questo viaggio, suddividendolo in due parti: la prima, dedicata al tragitto che il nostro cibo compie dalle coltivazioni ai camion che li trasportano verso i ristoranti e le nostre tavole. La seconda, che va alle fonti dello spreco alimentare dai supermercati fino al frigo e alla pattumiera di casa.

patateSul campo – le patate

Siamo alla base di tutta la catena del cibo, ma anche all’origine degli sprechi. Gli agricoltori americani producono ogni anno circa 22 milioni di tonnellate di patate: il tubero giallo è ancora la coltivazione più diffusa nel Paese, dal Maine al Michigan e dall’Idaho alla California. Solo un quarto del raccolto, però, è servito “al naturale”. Addirittura una patata su tre viene trasformata in patatine fritte surgelate.

Secondo l’Onu, circa il 17% del cibo coltivato in Nord America viene perso o sprecato già in azienda. E molti consumatori ignorano che l’apparenza inganna, perfino quando si tratta di alimenti duraturi e a basso costo.

Così ecco che molte patate vengono scartate solo perché sono più grandi o più piccole del previsto. Oppure perché stando al sole si sono un po’ annerite, cosa che potrebbe nuocere alla loro candida reputazione sullo scaffale del supermarket.

Il loro ciclo di vita, dal punto di vista commerciale, è di tre settimane. In media ci vogliono dieci dollari per produrne due etti. Un decimo di questo costo serve per l’acqua, ed è una cifra in aumento dopo anni di siccità. Alla fine, se non arrivano al consumatore, l’unico modo per recuperare gli sprechi è rivendere le patate come mangime per animali. Il prezzo? Appena 25 dollari alla tonnellata.

fragolePrima della spedizione – le fragole

Nella prima giornata torrida dell’estate californiana, Oliver Griss si è ritrovato a guardare 3mila dollari di fragole, accatastate in una pila di scatole alta un metro e mezzo, davanti ai raccoglitori in attesa del suo spietato verdetto: «No».

Griss lavora per la Coke Farm, un distributore di frutta e verdura biologica con sede nella baia di San Francisco. Le fragole che valutava erano state raccolte quella stessa mattina, ma erano già sul punto di andare a male: troppo marroncini e soffici al tatto. Un errore dei raccoglitori, che avrebbero dovuto anticipare di un giorno le operazioni, o svolgerle nelle ore più fresche.

I dati delle Nazioni Unite parlano di un 6% di sprechi nella fase di raccolta e nel trattamento successivo. Ma in tema di prodotti deperibili, le fragole fanno storia a sé: le piantine, notoriamente fragili, crescono coperte da rivestimenti di plastica per ridurre al minimo le erbacce. Amano il sole, ma non il caldo eccessivo, e sono assai vulnerabili ad agenti atmosferici, parassiti e malattie. A differenza di altre colture devono essere raccolte a mano ma toccate il meno possibile: tastandole troppo si provocano abrasioni e graffi, che portano alla marcitura. Bisogna anche prestare attenzione a non danneggiare il picciolo, altrimenti si riduce il periodo di vita sullo scaffale.

Vanno dunque raccolte con cura, e confezionate sul campo per ridurre al minimo la manipolazione. Poi si raffreddano due ore a zero gradi, con apposite attrezzature e sempre usando la dovuta cautela: se l’aria è secca, i frutti avvizziscono. Se è umido, marciscono.

Non è difficile capire perché l’associazione dei commercianti al dettaglio degli Stati Uniti stimi che circa il 12% delle fragole fresche vengano scartate senza essere vendute. Perfino in condizioni ideali, di rado le fragole durano più di una settimana dopo essere state raccolte – cosa che dovrebbe scoraggiare i viaggi lunghi. Dovrebbe, appunto, perché mentre la California è il maggior produttore statunitense di fragole, il principale mercato di sbocco si trova dall’altra parte del Paese, sulla costa est.

polloNei camion frigoriferi – la carne di pollo

Un qualunque alimento, negli Stati Uniti, viaggia in media per 2400 km prima di raggiungere un ristorante o un’abitazione privata.

Nelle economie avanzate è ormai in piedi un solido sistema di trasporti alimentari, rispetto ai Paesi in via di sviluppo dove si arriva a buttare fino a metà del carico prima di raggiungere la destinazione. I camion frigo hanno dispositivi che riportano in tempo reale le informazioni sui tragitti e sullo stato di refrigerazione, scongiurando i rischi di scongelamento.

Anche con questi accorgimenti, però, gli incidenti succedono. Basta una minima variazione di temperatura per far finire in discarica quintali di alimenti commestibili. Il problema ovviamente è più sentito per le merci che viaggiano molto: la carne di pollo, per esempio.

Negli Stati Uniti, un consumatore onnivoro mangia in media 40 kg di pollo e 25 kg di carne bovina ogni anno. Questo significa, stando alle stime del National Chicken Council, che ogni due settimane il pollo viene servito in tavola in almeno tre pasti casalinghi.

La fase del trasporto è cruciale, se consideriamo che l’allevamento di polli è molto concentrato negli impianti industriali di larga scala. Quasi tutti i polli cresciuti negli Usa vengono da pollai-fabbriche localizzati in soli 15 Stati. Un cambiamento radicale rispetto al 1950, quando esistevano ancora più di un milione di piccoli allevamenti.

Un tipico allevamento industriale cresce ogni anno 600mila broiler (i polli da carne). La produzione in serie ha abbattuto i prezzi al consumo: in media, mezzo chilo di pollame costa 2,64 dollari in meno rispetto all’equivalente in carne bovina. Insomma, sebbene gli americani buttino via più frutta e verdura che pollo, l’impatto di questi rifiuti sull’ambiente è amplificato dall’allevamento intensivo.

 

[alla prossima puntata…]

 

Fonte:

The Guardian

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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