«Da una politica agricola comune a una politica del cibo comune»

In questi giorni ricorrono i sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, che nel 1957 andavano a istituire la Comunità Economica Europea, e, contestualmente, la Politica Agricola Comunitaria (Pac), ovvero di una delle politiche comunitarie di maggiore importanza ancora oggi, sia per il numero di persone che coinvolge, disciplina l’attività di 22 milioni di agricoltori, sia per l’impegno economico, circa il 35% del bilancio dell’Unione Europea.

Era un momento storico in cui l’Europa stava cambiando faccia e aveva bisogno di una strategia comune per affrontare le difficoltà della popolazione rurale, in gran parte ancora molto povera, e per incentivare l’innovazione di un settore agricolo che aveva bisogno di aumentare la propria efficienza. Contemporaneamente, questa politica assicurava una maggiore stabilità dei mercati e garantiva ai cittadini derrate alimentari a prezzi accessibili.

Eppure, la sensazione è che oggi sia necessario allargare la prospettiva e cercare una via innovativa per il raggiungimento degli auspicabili obiettivi di sostenibilità: i tempi sono maturi per passare da una politica agricola comune a una politica del cibo comune. Il cibo, infatti, è un soggetto multidisciplinare che ci permetterebbe di affrontare contemporaneamente diverse problematiche che stanno mettendo in crisi i nostri Paesi.

Per prima cosa, ci permetterebbe di essere più incisivi rispetto alle politiche ambientali laddove proprio i sistemi alimentari sono responsabili a livello globale di circa un terzo della produzione di gas serra.

In secondo luogo, sarebbe possibile affrontare la grande crisi della sanità pubblica, che si trova oggi a combattere contro una vera epidemia di malattie connesse agli stili di vita (quali il diabete di tipo 2 e i disturbi cardio-circolatori), che a oggi causano circa il 70% dei decessi nell’UE – senza tralasciare il dato secondo cui un terzo dei bambini europei tra i sei e i nove anni è già sovrappeso o obeso.

Inoltre, sarebbe sicuramente un’opportunità importante da sfruttare per fronteggiare la disoccupazione, e in particolare la disoccupazione giovanile, che nell’eurozona raggiunge livelli allarmanti attestandosi in media al 20 per cento (e al 40 % in Italia). Purtroppo, finché non sposteremo la nostra attenzione dall’attuale politica agricola tout court, che viene disegnata a garanzia delle priorità delle potenti lobby dell’agricoltura intensiva, tutto questo sistema di obiettivi ecologici e sociali è destinato a rimanere marginale, mentre l’agricoltura di piccola scala è in sofferenza – tant’è che un quarto delle piccole aziende agricole esistenti nel 2003, nel 2013 aveva chiuso i battenti.

Così, infatti, non pensiamo in grande, e non mettiamo a valore delle sinergie che sono pronte per nascere e per affrontare questa crisi multi-livello in modo più integrato.

Intanto, non pianifichiamo e non agevoliamo l’ingresso dei giovani nei sistemi di agricoltura sostenibile, perdendoci l’occasione di assistere a un’interessante svolta occupazionale, visto che, a livello teorico, si parla spesso di come il futuro dei giovani sia nei “green jobs”.

Inoltre, la promozione di realtà agricole diversificate porterebbe a sicuri vantaggi ambientali in termini di biodiversità, di sequestro del carbonio, di protezione degli impollinatori selvatici, di riduzione degli ammendanti chimici, della vitale necessità di una migliore gestione delle risorse idriche, della salute dei suoli; tutto questo senza contare che sarebbe sicuramente un vantaggio anche economico investire in una rete di piccole aziende in grado di adattarsi a territori molto diversi, proteggendoli dall’abbandono e dal degrado ed elevandoli a nuove piattaforme per l’attività turistica.

Anche la salute pubblica avrebbe tutto da guadagnarci, potendo prevedere una traduzione di questa diversità agricola in diversità dietetica, grazie a un riavvicinamento dei consumatori (pubblici e privati) a una nuova generazione di produttori di cibo fresco, locale e nutriente.

Insomma, i sistemi alimentari sostenibili possono essere il punto di partenza di una nuova visione sociale ed economica, dove l’economia circolare e la green economy potrebbero finalmente essere più che semplice retorica, e dove i costi da sostenere per supportare nuove politiche su ambiente, lavoro e società andrebbero certamente a compensare i costi della non-azione.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it
Olivier De Shutter

Da La Repubblica di sabato 25 marzo

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