Da un seme in barattolo è rinata la memoria di Civita

Si sente dire spesso di chi vive con passione il suo mestiere che “ce l’ha nel sangue”. Qualcuno è convinto che esista perfino una memoria del sangue, reminiscenze in grado di trasmettersi di generazione in generazione, talvolta di orientare il corso della nostra vita.

«Forse dai nostri nonni non ereditiamo solo il colore degli occhi o dei capelli, ma una sorta di predisposizione a certi gusti e mestieri» mi suggerisce Silvana Crespi. Ed è difficile non crederci, conoscendo la sua storia e le straordinarie coincidenze che l’hanno portata a riscoprire la roveja di Civita di Cascia, oggi Presìdio Slow Food.

Per Silvana, nata e cresciuta a Roma, quella terra di confine fra Umbria, Lazio e Abruzzo è il luogo delle vacanze d’infanzia dai nonni. Diventerà la sua casa nei primi anni Ottanta, quando decide di trasferirvisi.

La riscopritrice della roveja Silvana Crespi, a destra

Sono anni difficili dopo il terremoto del 1979, con una ricostruzione che garantisce nuove solide abitazioni sacrificando però l’identità urbanistica del paese. Della vecchia Civita resistono solo le cantine a volta. In una di queste, all’inizio degli anni Novanta, Silvana scopre una riserva di semi antichi: la incuriosisce un barattolo con alcuni strani legumi verdi e un’etichetta che nessuno riesce a decifrare, “roveggia”.

Qualche anno dopo viene a conoscenza di uno statuto del 1545 dove sta scritto “si fa obbligo agli agricoltori di seminare: zafferano, lenticchia, cicerchia, roveja”.

«Questo nome così inusuale, con la i lunga, mi colpì – spiega Silvana -. Mi ricordai dei semi che avevo visto in cantina e che nessuno aveva riconosciuto. Alla vista della pianta cresciuta mia suocera mi disse subito “lascia perdere, ti spezzerà la schiena”». Infatti il fusto vuoto della pianta viene sdraiato a terra dal peso dei baccelli: la raccolta è tutta manuale, e serve una vera passione per dedicarvisi.

La grande fatica che la roveja richiede è probabilmente all’origine della sua progressiva sparizione. Di fronte allo spopolamento dei paesi dell’Appennino e all’arrivo dei trattori, il passaggio dalla vanga al lavoro meccanico era una tentazione troppo forte: tutto ciò, a partire dal secondo dopoguerra, ha consegnato all’oblio la roveja.

La classificazione botanica di questo legume è incerta. Secondo alcuni è una vera e propria specie (Pisum arvense), differente da quella del pisello (Pisum sativum). Altri invece sostengono che si tratti di un progenitore del pisello comune, evocato in molte ricette dell’antica Roma.

Quel che è certo è che la roveja, sia secca che trasformata in farina, è stata per secoli un alimento quotidiano tra le popolazioni contadine. E Silvana, da autentica archeologa del gusto, non si è limitata a coltivarla ma ne ha studiato e diffuso la storia: «Già agli inizi del Quattrocento – racconta – un agronomo dell’epoca, tale Corniolo della Cornia, testimoniava l’esistenza fin dall’anno Mille della farecchiata (dal verbo “sfarrare”, cioè macinare), una polenta di roveja condita con un soffritto di alici, aglio e olio che viene tuttora consumata».

Dai mercatini dell’Umbria, dove la piccola azienda agricola De Carolis è presente da anni, la storia della roveja è arrivata fino alle orecchie del principe Carlo d’Inghilterra, che Silvana ha incontrato durante una rassegna a Firenze, dedicata alle eccellenze enogastronomiche delle aree terremotate.

Il sisma del 2016 non ha prodotto gravi danni materiali a Civita di Cascia, ma ha allontanato i visitatori mettendo in difficoltà la già fragile economia. Civita, però, ha una fortuna: pur essendo una piccola frazione di montagna, tra i suoi cinquanta residenti ci sono molte giovani coppie con bambini.

«Penso di aver ridato radici a questo paese, riportando le colture che esistevano» dice orgogliosa Silvana. Specie ora che la sua passione per la roveja e lo zafferano ha contagiato i vicini: «Anche i giovani del posto stanno seminando roveja. Così ci si ritrova tutti insieme per consigli e confronti: proprio come in una piccola Terra Madre!».

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 30 agosto 2018

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