Cucinare

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia. Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è cucinare.

Cucinare è una parola su cui vegliare.

In questa nostra Italia fatta di province, circa il 70% degli italiani pranza a casa. Se il rientro per la pausa pranzo è un sogno irraggiungibile per gli abitanti delle metropoli, per le popolazioni di provincia pranzare a casa con almeno una parte della famiglia è ancora normale. È un numero importante, di cui essere fieri e da tenere presente ogni volta che il sociologo-mercatologo di turno dichiara «non c’è più tempo per cucinare». Certo, occorre intendersi sul significato di “cucinare”. Per le nostre nonne significava iniziare verso le 7 del mattino con il soffritto per il sugo e terminare verso mezzogiorno con l’acqua che bolliva in attesa che tutti si preparassero per andare a tavola. Nel frattempo si era passati per la preparazione delle verdure, del secondo, magari di una macedonia. Per noi, oggi, significa lavare un’insalata e condirla, eventualmente far lessare un uovo e aggiungercelo (tempo totale 10 minuti scarsi). Oppure fare una pastasciutta, con il sugo che abbiamo preparato e invasettato durante l’estate (15 minuti scarsi) o che abbiamo comprato già pronto. Ma l’elemento importante è che torniamo a casa e ci prepariamo il nostro pranzo, se nessuno lo ha fatto per noi, lo mangiamo assieme ai nostri cari o anche da soli, riuscendo a fare tutto, con calma, nel giro di un’oretta, inclusi riordino e pisolino.

Meret Bissegger nella sua cucina, Casa Merogusto. ©Hans-Peter Siffert/weinweltfoto.ch

Per cucinare ci vogliono quantità assolutamente normali di tempo, abilità, fantasia e buonsenso.

Forse abbiamo avuto l’accortezza di far lessare un po’ di riso la sera prima durante una telefonata più lunga del solito, oppure nel weekend una botta di energia ci ha visti all’opera con un arrosto o le lasagne. E le pubblicità durante i film in tv a cosa servono se non a controllare la minestra di verdure che si troverà pronta il giorno dopo? Per cucinare ci vogliono quantità assolutamente normali di tempo, abilità, fantasia e buonsenso.

Eppure il mantra che ripetiamo a noi stessi e agli altri è «non ho tempo». Su di esso si sono basate straordinarie fortune editoriali, che riducono il cucinare all’assemblaggio di elementi preferibilmente industriali, che “imitano” la forma di un piatto cucinato, trascurandone ogni valore non solo nutrizionale ma anche qualitativo e di competenza.

Occorre vegliare sulla parola cucinare perché cucinare significa progettare e poi realizzare un gesto di cura (e la cura richiede competenza e attenzione) per noi stessi e per le persone che mangeranno quel che prepareremo; non deve trasformarsi nello scimmiottamento esteriore e meccanico di quel gesto, perché il rischio è di finire a scimmiottare anche i sentimenti e le relazioni che quel gesto comportava.

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Certo, il sistema dominante ci spinge in quella direzione e a credere che la cura e l’attenzione stiano nell’oggetto (dunque nel prodotto da acquistare o da assemblare) e non nella relazione.

Cucinare invece è tempo dedicato, e il tempo della cucina, che sia cucina del quotidiano o della festa, è pensiero per chi mangerà. Se ancora ha un valore il dire «l’ho fatto io», è proprio quello di significare «l’ho fatto per te, pensando a come farti piacere, usando le conoscenze che ho e i beni che ho. Non i miei soldi, ma la mia storia e, dunque, il mio tempo».

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

Una domenica ogni due, noi e gli amici di Una parola al giorno trattiamo in parallelo una parola che riguarda la cultura del cibo – e non solo. Puoi leggere la definizione di Una parola al giorno a questo link.

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