Cuba: la rivoluzione è donna

Leidy Casimiro Rodriguez è un’esperta agroecologa, con una solida preparazione accademica cui aggiunge la sua lunga esperienza di ricerche sul campo: conosce a menadito il lavoro che fanno ogni giorno gli agricoltori cubani. Ma Leidy è soprattutto una contadina orgogliosa. Prima donna cubana a conquistare il dottorato in Agroecologia presso la Estación Experimental de Pastos y Forrajes Indio Hatuey dell’Universidad di Matanzas, dopo i suoi traguardi accademici rientra a casa, decisa a lavorare nell’azienda agricola dei suoi genitori. Lo fa durante il Período especial, i dieci anni di crisi che, a partire dal 1991, misero in ginocchio l’economia cubana: «Un momento difficile che però ha avuto anche ricadute positive, soprattutto tra i giovani. In tanti siamo dovuti tornare alle fattorie abbandonate dalle generazioni precedenti per trovare un lavoro» racconta Leidy.

In 23 anni ha trasformato l’azienda di famiglia nella fattoria più sostenibile di Cuba, utilizzando tecniche agroecologiche in grado di resistere meglio all’impatto del cambiamento climatico e garantire la sicurezza alimentare della popolazione senza pesare sull’ambiente. Grazie all’agroecologia infatti gli alimenti si producono secondo principi ecologici e, capovolgendo il sistema dell’agribusiness, le risorse naturali sono tutelate e la biodiversità valorizzata: «Non è stato facile iniziare, avevamo poca esperienza, zero fondi e poche le persone a darci credito».

Proprio per questo Leidy decide di uscire fuori dagli schemi e seguire il movimento di contadini cubani che praticano la permacultura, perché segnati dall’amara esperienza dell’agrochimica. «Abbiamo vinto la scommessa, e abbiamo acquisito forza e sicurezza». La scelta di praticare un’agricoltura basata sull’esempio degli ecosistemi naturali non è stata l’unica innovazione adottata da Leidy, che si è inventata anche una formula matematica per misurare l’indice di resilienza socioecologica delle fattorie a conduzione familiare.

Si tratta di un indicatore che definisce il modo in cui i contadini affrontano i fattori negativi esterni e rispondono ai tanti imprevisti che caratterizzano il lavoro agricolo. La formula ha avuto successo e ora l’accademica e contadina, oltre a mantenere l’attività di ricerca all’Università di Matanzas, lavora a un progetto nazionale per il recupero di quasi un milione di ettari di terreni incolti, appartenenti a centinaia di migliaia di famiglie. La sua storia conferma quanto gli agricoltori di piccola scala siano più preparati grazie alla conoscenza di microclimi, biodiversità e abitudini locali: «Un produttore, un contadino o un allevatore che lavora in armonia con la natura può diventare la sentinella della nostra terra e proteggere i nostri luoghi».

L’indice di resilienza socioecologica che ha messo a punto Leidy consente di valutare la capacità di una fattoria o di un territorio rurale di mantenersi nel tempo, secondo il volere della famiglia e della società, curando e conservando il suolo, le risorse naturali, la biodiversità ecologica e sociale. Con questo indice si possono analizzare i progressi e le dinamiche delle aziende familiari, rendendole più forti e longeve. Inoltre, l’indice ha reso più efficaci i processi decisionali, tanto che gli agricoltori hanno più facilità a comprendere come agire per migliorare la loro resilienza, mentre politici e istituzioni hanno la possibilità di sviluppare politiche agrarie a partire da elementi misurabili: «Il mondo ha bisogno di esempi e Cuba può essere il migliore di questi».

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it
Da «RFood», La Repubblica del 4 gennaio 2018

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