Crisi dei prezzi, piangiamo sul latte versato

Gli allevatori abbassano i prezzi fino alla soglia di sussistenza economica, ma i consumatori non ci guadagnano. E mentre le stalle continuano a chiudere (1.500 solo nell’ultimo anno, secondo i dati diffusi da Coldiretti) le quantità di latte aumentano, aggravando il quadro di un mercato già dopato dalla sovrapproduzione. cow_factory

La problematica, riesplosa negli ultimi giorni, è paradossale solo a prima vista, come spiega il presidente di Slow Food Italia Gaetano Pascale: «Da un anno ripetiamo che la questione latte è una bomba a orologeria. Lo sapevano anche il governo e la Ue. Del resto, come per i cambiamenti climatici, non si può pretendere di riparare in pochi mesi trent’anni di danni».

Colpa anche in questo caso della spinta a produrre sempre di più: «Ormai c’è troppo latte in circolazione. Le tecnologie genetiche e alimentari hanno incrementato le quantità, ma standardizzato la produzione del latte: così le razze animali utilizzate sono passate da un centinaio alle attuali quattro o cinque. Ovvio che in un quadro simile non si sia incentivati a scegliere un latte piuttosto che un altro».

È passato un anno esatto dalla fine del regime delle quote latte, il contestato sistema che per tre decenni ha regolato la produzione nell’Unione Europea. All’orizzonte non si vedono miglioramenti, anzi: stando alle rilevazioni della Commissione Ue, a gennaio 2016 la media dei prezzi pagati agli allevatori era di 26,61 centesimi per un litro di latte crudo, in diminuzione del 7% rispetto all’anno precedente.

In Italia il dato si aggira sui 34,38 centesimi, contro i 35,54 del 2015: una remunerazione superiore a quella di altri allevatori dell’area europea, ma troppo bassa per assicurare un futuro stabile a un settore che offre lavoro a 120mila addetti. Basta dire che le stalle sono crollate dalle 180mila unità nel 1984 alle odierne 33mila.

Eppure, malgrado un eccesso di produzione quantificato nel 5,6% a gennaio 2016, le consegne di latte crudo nell’ultimo anno sono ulteriormente aumentate: in maniera molto dinamica nel Nord Europa (in cima c’è l’Irlanda) piuttosto che nella parte meridionale del continente (in Italia l’aumento è stato del 4,4%), ma in ogni caso assai significativa.

Ma allora perché i consumatori non ne beneficiano, se sugli scaffali il latte comprato a poco più di 30 centesimi al litro viene rivenduto a un euro e cinquanta? «Questione di tempo» risponde Roberto Rubino, presidente di Anfosc (Associazione nazionale formaggi sotto il cielo). Secondo l’esperto «per ora stanno approfittando degli enormi ribassi solo i caseifici, ma fra non molto dovranno scendere anche i prezzi dei formaggi. A rimetterci sarà però la qualità: resteranno sul mercato poche decine di produttori pronti a smerciare alimenti di qualità medio-bassa realizzati con un latte scadente».

Uno scenario a tinte fosche anche per i 49 formaggi a denominazione di origine protetta della nostra penisola, ai quali è destinata circa metà del latte italiano. Pare esserci una sola via d’uscita dal tunnel in cui ci siamo infilati: fermare la megamacchina del produttivismo e puntare sulla differenziazione. Continua Rubino: «Il primo passo è smettere di pensare che il latte sia tutto uguale e iniziare a ragionare sulle classi di qualità: nell’enologia chi realizza vini pregiati compete in una classe diversa da chi vende una bottiglia a quattro euro. Nel settore caseario finora non è accaduto, così i grandi formaggi non ricevono il giusto riconoscimento».

Sul fronte della qualità, Slow Food ha vinto una battaglia importante con la petizione, firmata da 150mila cittadini, per impegnare il governo a non modificare la legge che vieta l’utilizzo di latte in polvere nella produzione di formaggi. La differenza, come sempre, possono farla solo i consumatori.

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

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