Consumatore

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia. Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è consumatore.

Quando i supermercati erano una gradita novità nelle nostre città, sentirci chiamare consumatori, da sociologi, pubblicitari o economisti, ci faceva quasi piacere. Ci faceva sentire “del giro”. Ci chiamavano anche clienti, ma quella era una parola più precisa, e si riferiva a una determinata azione. Si è clienti nel momento della transazione commerciale, o si è clienti di qualcuno se c’è una relazione di vendita-acquisto che si ripete con una certa regolarità. In qualche caso le aziende parlano dei “migliori clienti”, intendendo quelli che comprano con più frequenza.

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La parola consumatore, invece, quasi prescinde dal fatto che compriamo o no un determinato bene o servizio. Essa ci definisce nella nostra potenzialità di essere clienti, e quindi ci definisce sempre, indipendentemente da quel che facciamo. Siamo consumatori, ovvero clienti potenziali, in ogni momento della nostra esistenza, e indipendentemente dalla nostra volontà, perché non siamo noi stessi a definirci in questo modo, ma il sistema, che ha come unico suo scopo il vendere qualcosa a qualcuno. La parola consumatori ci definisce non sulla base di quello che facciamo o di quello di cui abbiamo bisogno, ma sulla base di quello che siamo potenzialmente in grado di acquistare. Espressioni come “potere d’acquisto” sono entrate nell’uso convincendoci che più bisogni abbiamo e ne soddisfiamo, più siamo potenti.

Nel vocabolario che usavamo prima che qualcuno iniziasse a chiamarci consumatori, la parola consumo non era una parola positiva. In alcuni dialetti, specialmente del Sud Italia, dire «siamo consumati» significa «siamo nei guai, siamo rovinati», dire a qualcuno che «ha consumato» qualcosa significa dirgli che lo ha reso inutilizzabile. E ancora oggi, se si esclude l’ambito commerciale, non usiamo il verbo consumare per dire cose belle. Quando diciamo agli altri che stanno consumando il nostro tempo, le nostre energie, il nostro denaro, stiamo dicendo che hanno usato malamente, senza trarne vantaggio, quelle risorse.

È questo che fanno i consumatori. Consumano senza migliorare né se stessi né il mondo.

Pensate mai ai vostri figli, ai familiari, alle persone che conoscete come “consumatori”? Consumatori del vostro tempo, delle vostre energie, della vostra pazienza, del vostro denaro? Certo, qualche volta succede, e non sono bei momenti, ma definire noi stessi o gli altri “consumatori” significa cristallizzare la propria e altrui considerazione al livello più basso. Passeggiare in campagna significa sentire il proprio corpo che funziona, osservare la natura, respirare aria buona; non significa consumare le scarpe. Cenare con amici significa buon cibo, chiacchiere, musica, tintinnio di bicchieri. Non significa consumare ingredienti, elettricità, gas. Solo gli avari cronici, malati di risparmio, traducono tutto in costi e benefici. Ma non ci piacciono. Allora perché ci definiamo nei termini peggiori che sceglieremmo per gli altri? Eppure è come una seconda pelle, ormai ce la sentiamo addosso. Ma c’è una medicina per questo disturbo. Si chiama Tempo. Come si consiglia ai mangiatori nevrotici, basta fermarsi prima di ogni boccone e chiedersi: «Ho davvero fame?». Proviamo a chiederci, ogni volta che stiamo per approcciarci a qualcosa in termini di puro consumo: ne ho davvero bisogno? È un esercizio straordinario, di rallentamento delle reazioni. Tendiamo a reagire automaticamente ad alcune sollecitazioni con atti di puro consumo, che non ci portano gioia né piacere né soddisfazione. Proviamo a fare una giornata lenta, che sarà lenta non perché perderemo tempo ma perché ci prenderemo il tempo, prima di ogni azione che implichi un acquisto, di chiederci: perché? È un’attività salutare, che viene molto meglio nei piccoli negozi, dove ci chiedono: «Desidera?». Ecco, pensiamo a quel che desideriamo, e poi rispondiamo. Nei supermercati il gesto di prendere dagli scaffali e mettere nel carrello non ha mediazioni, non ha freni. Alla fine della nostra giornata lenta ci ritroveremo più calmi e meno stanchi, e scopriremo che investire in tempo ne fa guadagnare tantissimo; e, guarda un po’, fa comprare meno cose, risparmiando denaro.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

Una domenica ogni due, noi e gli amici di Una parola al giorno trattiamo in parallelo una parola che riguarda la cultura del cibo – e non solo. Puoi leggere la definizione di Una parola al giorno a questo link.

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