Sinergie, parola chiave per l’Appenino che verrà

La prima giornata de L’Appennino che verrà-Stati generali delle Comunità dell’Appennino ha visto alternarsi nelle sedi di Badia Prataglia, Santa Sofia e Bagno di Romagna, tre tavoli di lavoro i cui sforzi culmineranno domani nell’elaborazione di un manifesto programmatico per il rilancio ambientale e turistico di questo immenso territorio. A Badia Prataglia si è parlato di ambiente e della necessità che la qualità dell’aria, della vita, dell’acqua debbano essere garantite in quanto diritto di tutti coloro che vivono in queste terre. Occorre lavorare all’integrazione delle politiche del territorio, partendo dalle attività che su di esso insistono e dalla necessità di una formazione professionale. La rete dei parchi può essere volano e modello di promozione e sviluppo del territorio. Gli Appennini sono stati per secoli la dorsale dell’economia italiana, che si basava sulle attività agrosilvopastorali; è una storia che oggi può ancora essere raccontata dai prodotti tipici e dal paesaggio stesso. Ma negli ultimi decenni hanno visto sminuire il loro ruolo a tutti i livelli. Tutelare la biodiversità tramite la programmazione significa anche tutelare l’uomo e le sue attività economiche. Come ha sottolineato Luca Santini, presidente del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi: «senza rispetto e condivisione con i cittadini che hanno vissuto questi territori noi non avremmo questo patrimonio ambientale da tutelare, valorizzare e preservare».
Al tavolo di lavoro relativo al turismo sostenibile uno dei relatori ha ricordato le parole del presidente Slow Food Carlo Petrini: «una popolazione felice del proprio territorio lo valorizza, il turismo viene di conseguenza». Un invito a non piangersi addosso e a sfruttare appieno le straordinarie opportunità che offre questo variegato e “irriproducibile” territorio che per molti turisti e viaggiatori ha ancora un “marchio” poco identificabile. Pur tra tante voci diverse (sono intervenuti imprenditori agricoli, referenti delle comunità di Terra Madre, docenti universitari, architetti, giovani operatori turistici) sono emersi diversi punti in comune. Tra questi, la necessità di superare le divisioni tra città, province e regioni, fare fronte comune, studiare strategie di marketing che coinvolgano più soggetti possibili. Molte le iniziative private che sono state illustrate, spesso frutto di imprenditoria giovanile e dalla quale emerge un territorio autentico e vivo, ma che sono spesso penalizzate da infrastrutture che non sono all’altezza dei servizi offerti.
Il sostanziale concetto espresso oggi al tavolo di lavoro di Santa Sofia (Fc), al quale hanno partecipato attivamente agricoltori, allevatori, artigiani, rappresentanti di consorzi provenienti da tutta la fascia appenninica, è che solo con un modello di agricoltura collettiva è possibile parlare di futuro. La priorità che è stata messa in luce è la necessaria e urgente sinergia fra le attività appenniniche per garantire la fattibilità pratica ed economica di progetti che riescano a tamponare lo spopolamento dei borghi e il disboscamento selvaggio. Occorrerebbero inoltre sgravi e aiuti fiscali, oltre che un maggior dialogo con gli enti locali. Roberto Burdese, presidente nazionale di Slow Food Italia, è intervenuto dichiarando che «l’Appennino può diventare il laboratorio dove pensare e progettare il nostro futuro. C’è bisogno di attenzione mediatica nazionale, perché l’Appennino è di tutti, non solo di quelli che ci vivono e lavorano: gli effetti di ricaduta se positivi possono portare grandi benefici in tutto il Paese».

 

 

 

 

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