L’apertura di Eataly a Torino

Dopo quattro anni di lavori, e accompagnato negli ultimi giorni da grande attesa e curiosità, finalmente apre Eataly, nello storico edificio che ospitava la Carpano, in via Nizza a Torino. Là dove è nato il vermouth, la cui storia è ricordata nel museo che Eataly ha realizzato e ora ospita al suo interno. A pochi passi dal Lingotto, dove tre mesi fa si sono celebrati Salone del Gusto e Terra Madre.
Si può dire che Eataly è figlio del Salone del Gusto (c’è chi l’ha definito un Salone che dura tutto l’anno) o se preferite un figlio del percorso fatto da Slow Food in vent’anni. Eataly sarebbe nato anche senza la collaborazione di Slow Food, magari non a Torino, magari non uguale, ma non necessariamente meno bello.
Eataly sin dall’inizio ha cercato la collaborazione di Slow Food, sia perché riconosceva nella nostra associazione la propria fonte d’ispirazione principale, sia perché il creatore di Eataly, Oscar Farinetti, è di Alba ed è amico di Carlo Petrini da oltre trent’anni.
Prima di proseguire occorre però fornire qualche altra notizia.

Ci sono due grandi temi sui quali all’interno di Slow Food ci si confronta ormai da quasi dieci anni: l’opportunità di creare un marchio per i prodotti dei Presidi; la possibilità di impegnarsi direttamente nella commercializzazione dei prodotti dei Presidi. Temi ricorrenti non solo nelle riflessioni fatte in seno all’associazione, ma spesso oggetto di domande da parte di giornalisti e interlocutori esterni. Temi legati tra di loro ma soprattutto temi presenti, più di ogni altro argomento, nelle richieste che i produttori – tanto del nord quanto del sud del mondo – rivolgono alla nostra associazione.
Al quesito legato alla creazione di un marchio abbiamo dedicato – oltre a tante discussioni – la gran parte dell’incontro con i produttori dei Presidi italiani che abbiamo fatto nel maggio 2005 in Sicilia. E non siamo ancora arrivati a una conclusione, tanto che l’argomento è ancora tra i più gettonati sia in eventi ufficiali che in momenti informali che ci vedono confrontarci con il mondo della produzione. Ad oggi non abbiamo mai considerato opportuno occuparci direttamente della realizzazione e gestione di un marchio, ovvero della certificazione dei prodotti, che sarebbe anche un bel business ma rischierebbe di incidere in modo piuttosto pesante sull’identità e la mission di Slow Food. Anche perché quello che fa Slow Food in Italia poi lo ripetono Slow Food Usa, Slow Food Germania, Slow Food Giappone, eccetera. Quindi, dovesse mai arrivare il giorno in cui si prenderà questa decisione, bisognerà avere costruito un percorso assolutamente ineccepibile in tutti i suoi passaggi.
Ugualmente, rispetto al tema della commercializzazione dei prodotti siamo sempre stati convinti che non fosse opportuno entrare direttamente in pista, ovvero realizzare nostri punti vendita o comunque commercializzare noi stessi i prodotti. Per gli stessi motivi di cui sopra: il business sarebbe garantito, ma la possibilità di mantenere un ruolo super partes rispetto ai singoli produttori diventerebbe certamente più complicato.

Ciò detto, risulta evidente che non è possibile evitare un confronto su questi temi quando le sollecitazioni sono quotidiane, e quando arrivano in modo particolare da quei produttori con i quali ci siamo proposti di dialogare per individuare interventi utili a contenere il quotidiano depauperamento del nostro patrimonio alimentare. Siamo stati noi a cercarli, già a partire dai primi anni ’90; siamo stati noi a sollecitarli affinché recuperassero il loro impegno in ambito produttivo, garantendo che avremmo creato l’attenzione del pubblico necessaria per ritrovare il mercato. A noi loro chiedono ancora oggi un aiuto per stabilire un rapporto con questo mercato che non ha ancora definito del tutto né una nuova figura di consumatore (quel co-produttore che ci immaginiamo proprio noi di Slow Food) e che sta cercando il luogo in cui realizzarsi, tra mercati contadini da un lato e grande distribuzione che si contamina (almeno per l’immagine) con prodotti tipici e d’eccellenza.

In questo quadro si colloca Eataly.
Oscar Farinetti si è presentato quattro anni fa con un progetto e alcuni disegni che di diverso da quello che si può finalmente vedere oggi avevano solo la sede, nel senso che non era ancora stato scelto Palazzo Carpano. E nemmeno Torino, a dire il vero, alla cui scelta ha contribuito in maniera determinante proprio Slow Food.
Il progetto ci è piaciuto moltissimo, da subito. Ci siamo confrontati in seno ai nostri organismi dirigenti (Segreteria Nazionale e Consiglio dei Governatori) in merito alle due decisioni che dovevamo prendere e che abbiamo preso poi all’unanimità: la prima riguardava la proposta di collaborare al progetto, e come evidente abbiamo deciso per il sì; la seconda era la proposta di entrare nella compagine sociale, come ci era stato proposto, e abbiamo optato per il no. Ovvero abbiamo deciso che era giusto e importante fornire un contributo in termine di know-how legato alla conoscenza di prodotti e produttori (abbiamo realizzato un enorme database a cui Eataly attinge per trovare i propri fornitori) e in termine di attività educativa, che ci vedrà partecipare soprattutto nell’attività dedicata alle scuole, che partirà in autunno. Poi ci sono anche i Presidi, come ovvio, ma era per noi centrale fornire un contributo a tutto il progetto, anche per misurarci su altre produzioni.
La scelta di non diventare soci di Eataly e di limitarci a un rapporto di consulenza, rinnovabile annualmente in base alla reciproca soddisfazione dei due partner, ci è sembrato più corretto rispetto a chi siamo e cosa dobbiamo fare. Fornire una consulenza, invece, lo consideriamo in linea con gli scopi che si propone la nostra associazione. Slow Food non avrebbe mai potuto fare Eataly, nemmeno volendolo. Ma per fortuna c’è un imprenditore che ci ha creduto e ha provato a farlo, così come negli anni passati ci sono stati tanti altri uomini e donne che, spinti dal nostro lavoro, hanno avviato imprese di successo. Certamente questa è una scommessa più grossa, la più importante a cui abbiamo assistito sino ad ora: e anche per questo dal suo successo dipenderà nei prossimi anni un cambiamento non da poco nel mondo della produzione e della distribuzione alimentare, almeno nel nostro paese. Un cambiamento in meglio, ovviamente, che aspettavamo da tanto tempo e che il solo lavoro di Slow Food non sarebbe stato sufficiente a determinare.
A voler essere ottimisti – come è giusto essere nonostante le catastrofi annunciate per il futuro del nostro pianeta – ci sarà da divertirci. Soprattutto per degli inguaribili amanti delle cose buone (come noi di Slow Food).
In conclusione è giusto ricordare ancora una volta che Eataly non è di Slow Food (come qualcuno erroneamente crede) e Slow Food non è di Eataly (come qualcuno sciaguratamente teme).

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