Come si diventa comunità?

Come ricostruire comunità? Come ricostruire il senso stesso dello stare insieme? Quando una folla diventa moltitudine? Questi sono alcuni degli interrogativi che ci hanno portato fino a qui e che abbiamo ascoltato anche in queste tre bellissime giornate. Quelli che ci aspettano saranno anni straordinari, possiamo incidere sui sistemi del cibo, Slow Food parla con voce autorevole e riconosciuta e questo lo dobbiamo principalmente a chi ha avuto la visione e a chi ha avuto braccia e cuore per dare forma a questa visione. Il compito di questo Comitato esecutivo sarà innanzitutto quello di prestare ascolto.

Solitamente si pensa che un maestro d’orchestra sia importante per dare il ritmo e correggere eventuali note stridule, in realtà un bravo maestro deve innanzitutto avere una grande capacità di ascolto e la capacità di esserci con discrezione, guidare, assecondando perché in fondo la musica non la fa lui, la musica la fa l’orchestra.

La nostra orchestra è fatta da musicisti e strumenti sorprendenti, musicisti con i piedi ben radicati sui propri territori, anche loro in ascolto e gli strumenti potenti dei nostri progetti, strumenti che hanno la facoltà di cambiare, in meglio, la vita delle persone. Strumenti che hanno la forza di spezzare l’incantesimo dei pifferai del marketing e dell’agroindustria, strumenti che dimostrano che altre melodie sono possibili e non per forza dobbiamo seguire il pifferaio.

La nostra orchestra è ancora più ampia di quanto noi possiamo immaginare. Tanti piccoli musicisti con abilità straordinarie riempiono le nostre campagne, i nostri pascoli, i nostri pastifici, i nostri laboratori, le nostre barche, …e sono tutti musicisti che suonano assoli incredibili che insieme a tutti gli altri diventano imponenti musicalità. Loro sono giganti, ma noi siamo moltitudine, abbiamo affermato nell’autunno di Chengdu. Vogliamo essere moltitudine, ma non vogliamo essere folla, la moltitudine sa dove sta andando e cosa vuole raggiungere, la folla si disperde in mille rivoli o, nella migliore delle ipotesi, segue il flusso senza chiedersi come, perché, chi è che sta decidendo la direzione.

Saremo una moltitudine guidati da un’intelligenza diversa: quella dello sciame in cui ogni singolo individuo è nell’ambiente e interagisce con esso, ma facendo ciò contribuisce a definire qualcosa di più grande, che nel caso dello sciame può essere un semplice movimento nel nostro caso è una rivoluzione.

Questo non deve accadere, la direzione deve essere chiara a tutti. In questi due anni proveremo tutti insieme a costruire una associazione più aperta e più orizzontale, un’associazione che sappia creare alleanze con i soggetti della nostra società che condividono con noi visione e obiettivi, senza sentirsi proprietari di quegli obiettivi né tantomeno ospiti in una casa che è di altri. Molti livelli della nostra associazione dovranno cambiare forma, diventare strutture di servizio, allenare la capacità di ascolto. Per fare questo dobbiamo essere intelligenti, saper leggere dentro le cose del mondo, stando dentro le cose del mondo, ma dobbiamo provare a cambiare il tipo di intelligenza a cui ci riferiamo. La nostra dovrà essere più simile a un’intelligenza di sciame che, secondo la definizione di Beni e Watt può essere definita come: «la proprietà di un sistema in cui il comportamento collettivo di agenti che interagiscono localmente con l’ambiente produce modelli funzionali globali nel sistema». Non è una supercazzola abbiate fede!

È più semplice se pensiamo che è l’intelligenza collettiva di uno sciame di api, uno stormo di uccelli o un banco di pesci, in cui ogni singolo individuo è nell’ambiente e interagisce con esso, ma facendo ciò contribuisce a definire qualcosa di più grande, che nel caso dello sciame può essere un semplice movimento nel nostro caso è una rivoluzione.

In generale le caratteristiche di uno sciame possono essere così individuate:

  • Ogni individuo (comunità nel nostro caso) del sistema dispone di “capacità limitate”;
  • Ogni individuo del sistema non conosce momento per momento lo stato globale del sistema, ma ogni individuo conosce l’obiettivo
  • Assenza di un ente coordinatore che diventa superfluo se l’obiettivo è chiaro a tutti gli individui ed è condiviso da tutti

Come si diventa individuo di uno sciame, come si diventa comunità?

Forse è più facile dire come non si diventa comunità: una comunità non si crea rispondendo a un bando di concorso o seguendo un protocollo, né tantomeno può crearsi per volontà di qualcuno che dall’esterno ne determina la nascita, tutt’al più una comunità può stimolare la nascita di un’altra comunità con un sistema di contaminazione che si basa sul modello di attività che contagia gli animi. Una comunità che operi in un sistema a sciame, si crea quando persone che condividono, valori, visioni e obiettivi, si trovano reiteratamente a fare qualcosa insieme, quando si condivide fianco a fianco la fatica, il sacrificio, la gioia, le soddisfazioni.

Comunità che stanno con i piedi ben saldi sul proprio territorio, ma che hanno la consapevolezza e la responsabilità di dividere la casa comune con altre persone ed altri viventi.

Il manifesto di Chengdu ci ricorda anche «che il mondo intero è la nostra casa», ma la nostra casa  è dove l’erba trema, dove altri fili d’erba tremano Rocco Scotellaro, poeta lucano, ci ricorda con una sua poesia che abbiamo bisogno di un alito di vento per portare i nostri semi lontano

Io sono un filo d’erba

un filo d’erba che trema

E la mia Patria è dove l’erba trema.

Un alito può trapiantare

il mio seme lontano.

Il seme lo stiamo piantando qui e l’alito di vento è l’entusiasmo che vi porterete dietro e che saprete trasmettere ai soci che incontrerete tornando nelle vostre comunità.

Don Milani ebbe modo di dire  «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri miei stranieri».

Anche questo ci ricorda il manifesto di Chengdu, la direzione è segnata, la rivoluzione che vogliamo costruire è una rivoluzione che è di parte, è una rivoluzione gentile, ma che ha lo scopo di aumentare la giustizia, l’equità, la salvaguardia della biodiversità e dell’agricoltura di piccola scala e familiareLe nostre comunità saranno l’esempio vivente che un altro mondo è possibile, staranno li dove sono nate: tra i pascoli degli Appennini come nei Mercati della Terra nelle grandi città, tra i pescatori delle nostre belle isole e nei territori di pianura a combattere per sistemi di produzione più sostenibili, tra i pendii di montagna e nelle maghe alpine così in ogni luogo dove è necessario difendere il buono, pulito e giusto, saranno i nostri fari e «i fari non se ne vanno in giro per l’isola a cercare navi da salvare, se ne stanno fermi a splendere». Le riconosceremo perché avranno i nostri stessi simboli e ci riconosceremo in loro, dovremo imparare a condividere con tanti altri la nostra Chiocciola, a donarla a chi vuole camminare insieme a noi.

Ma il dono, come ci ha insegnato Carlin, è parte essenziale della cultura di Slow Food e ciò che doniamo in qualche modo ci tornerà decuplicato nel suo valore, basta avere la pazienza e la costanza della nostra Chiocciola. Il dono più importante che non dobbiamo mai far mancare gli uni agli altri è l’amicizia, dobbiamo cantare di più, abbracciarci di più, essere più indulgenti e comprensivi.

Dobbiamo fare in modo che si passi dalla produttività alla convivialità da un valore tecnico a un valore etico.

«Nessuna ipertrofia della produttività  – ci ricorda Ivan Illich – riuscirà mai a soddisfare bisogni creati e moltiplicati a gara e la società iper-industriale diventa irrispettosa di scale e limiti naturali» L’amicizia per lo stesso Illich era una pratica permanente che coltivava una credibilità reciproca, il rispetto, l’impegno.

Nell’orchestra, di cui abbiamo parlato, ogni virtuosismo fine a se stesso suonerebbe dissonante, la magia dell’armonia è possibile grazie all’ascolto reciproco, alla fiducia e alla generosità di chi sa fare del proprio talento un dono a disposizione di quella musica di quell’orchestra, è così che ogni linea melodica trova un senso e aggiunge valore alla sinfonia. Allo stesso modo ciascuno di noi è chiamato a mettere in gioco le proprie passioni e i propri talenti a servizio di questa rete che è Slow Food, e perché la rete sia davvero tale e non ci siano nodi che rimangano isolati, rischiando di diventare melodie dissonanti. Dovremo saper alimentare le amicizie che già esistono e costruirne di nuove. «Esistono molti tipi di coraggio», dice un Albus Silente sorridente rivolto ai suoi studenti alla fine del primo Harry Potter. «Affrontare i nemici richiede notevole ardimento. Ma altrettanto ne occorre per affrontare gli amici», e qualche volta capiterà anche a noi di doverci affrontare, lo faremo speriamo non per difendere sterili interessi di parte, ma per spingerci reciprocamente a uscire da quello che è confortevole e conosciuto per abbracciare la novità, per correggere il tiro tutte le volte che ci rendiamo conto che la strada su cui stiamo camminando non ci sta portando proprio dove vorremmo.

Questo valore della convivialità, che noi di Slow Food ben conosciamo, dobbiamo essere capaci di trasmetterlo ai più giovani, dobbiamo fare in modo che essi si riapproprino della loro creatività e della loro fantasia e la mettano al servizio della primavera.

Dobbiamo dargli la capacità di sbagliare nutrendo in loro una fiducia infinita. A volte siamo portati a pensare di non riuscire a coinvolgere nel nostro movimento tanti giovani quanti ci piacerebbe per una questione di linguaggio, più spesso invece essi se ne allontanano per una questione di libertà. Molti comitati locali e regionali e anche il nostro esecutivo si sono arricchiti di tanti giovani dirigenti, tra loro ci sono i nostri leader di domani e saranno leader tanto più capaci se avranno in egual dose libertà e fiducia.

Del resto la nostra non è una battaglia che si vince in poco tempo, ci servono entusiasmo e forza per i prossimi 30 anni e non è una battaglia che si vince da soli, è una battaglia per cui è necessario essere un orchestra. Dovremo imparare a essere un orchestra quindi, che sa adeguare il tono e il ritmo a quello degli altri e siccome non vorremo che questa assise si concluda con le nostre voci, ma con le vostre voci vi vorremo proporre, se ci state, di cantare insieme una canzone che ci sembrava adatta all’occasione, solo due strofe con l’unica condizione suggerita dal nostro grande Antonio e subito condivisa da tutti che dopo la seconda si riprenda la prima a “squarciagola”

  1. Eppure il vento soffia ancora

spruzza l’acqua alle navi sulla prora

e sussurra canzoni tra le foglie

bacia i fiori li bacia e non li coglie

  1. eppure sfiora le campagne

accarezza sui fianchi le montagne

e scompiglia le donne fra i capelli

corre a gara in volo con gli uccelli

(A SQUARCIAGOLA)

  1. Eppure il vento soffia ancora

spruzza l’acqua alle navi sulla prora

e sussurra canzoni tra le foglie

bacia i fiori li bacia e non li coglie

 

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