Il climate change è già qui. Abituiamoci ad avere meno uva

Il report annuale stilato dall’Osservatorio del Vino conferma quello che in qualche maniera tutti gli addetti ai lavori sapevano o si aspettavano: il 2017 è stata un’annata particolarmente difficile dal punto di vista della produzione vinicola. In termini quantitativi si è prodotto il 26% in meno circa di uva, complice un clima estremamente caldo e molto arido che non ha consentito alle piante di portare a maturazione tutti i grappoli.

Detto questo, va innanzitutto riconosciuto e tributato un plauso al lavoro dei viticoltori italiani, che con la cura costante delle vigne e una grande capacità di adattamento stanno riuscendo a portare a termine comunque la vendemmia. In particolare hanno tenuto meglio le vigne vecchie, più strutturate e attrezzate a sopportare gli stress ambientali.

La seconda considerazione, immediatamente successiva a questa, è però la consapevolezza che i cambiamenti climatici sono una variabile non più eludibile quando si parla del futuro dell’enologia e, più in generale, dell’agricoltura, anche quella italiana. Se da un lato conforta sapere che i prezzi tengono e che l’export cresce sia per volume che per valore, non bisogna ignorare che molto probabilmente quella a cui abbiamo assistito non è una singola annata difficile ma rischia di diventare un’evenienza più frequente di quanto immaginiamo.

Il tema del surriscaldamento globale e dei fenomeni atmosferici estremi (non dimentichiamo le gelate di aprile) deve essere tenuto in attenta considerazione da tutti gli attori della filiera agricola e alimentare. A questo proposito, in un futuro in cui il clima sarà sempre meno prevedibile, è certo che l’omologazione delle colture espone a rischi sempre maggiori, perché l’omogeneità genera fragilità.

Puntare tutto su un unico vitigno, o in un’area vocata puntare tutto esclusivamente sulla coltura della vite, non è una scelta rassicurante già ora e men che meno lo sarà in futuro. La varietà e la biodiversità sono la migliore assicurazione per il futuro del vino, del cibo e, più in generale, dell’agricoltura. È triste che a ricordarcelo debba essere un’annata difficile, ma non è escluso che questo sia il vero risvolto positivo della vicenda.

La viticoltura italiana ha dimostrato quest’anno più che mai il suo valore, anche se le somme sulla qualità di quest’annata si potranno tirare solo quando la vinificazione sarà ultimata. Perché spesso il tempo riserva grandi sorprese quando si parla di vino. Solo ieri sera mi è capitato di assaggiare una barbera d’Alba di 32 anni, prodotta da un patriarca della Langa come Beppe Colla. Un vino di una struttura e di un’eleganza straordinaria nonostante l’età. L’ennesima dimostrazione che chi lavora con cura fa dei veri capolavori.

 

Carlo Petrini

da La Stampa dell’8 settembre 2017

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