Clima, la variabile impazzita delle migrazioni

Come accade ormai su tutti i grandi tavoli della politica internazionale, anche al G20 di Amburgo si è tornati a parlare di clima e immigrazione. Il problema è che lo si è fatto in una logica opportunista e mistificatoria, e tralasciando soprattutto di osservare ciò che lega i due temi.

Eppure, proprio negli stessi giorni del vertice tedesco, il direttore generale della Fao José Graziano Da Silva citava dati che dimostrano come, a partire dal 2008, i disastri legati al clima e alle condizioni meteorologiche abbiano causato una media di 26 milioni di sfollati all’anno cioè uno ogni secondo.

Circa 108 milioni di persone nel 2016 hanno fatto i conti con una grave insicurezza alimentare, in drammatico aumento rispetto agli 80 milioni stimati nel 2015: sono del resto l’agricoltura e l’allevamento a sostenere oltre l’80% di danni e perdite causati dalla siccità.

Ma c’è altro. In settimana il New York Magazine ha pubblicato, dopo mesi di studi sui modelli di previsione scientifica, una dettagliata inchiesta sul cambiamento climatico. Si stima che per ogni grado di temperatura in più un campo di cereali possa perdere circa il 10% di resa (stime più pessimistiche arrivano al 15/17%).

Considerando che, a parità di energia, servono 16 calorie di un cereale per ogni caloria di carne bovina, si può comprendere come l’eventualità sia ancora più allarmante per gli allevamenti. La crescente scarsità d’acqua merita poi una riflessione a parte: mentre ovunque si standardizza l’agricoltura ricorrendo a «piante fabbrica» come il mais e la soia, ci si dimentica che le specie autoctone, già acclimatate, richiedono meno interventi e meno irrigazione.

La via d’uscita da un futuro segnato da esodi e conflitti è quella indicata dalla Fao, cioè il ritorno a un’agricoltura davvero sostenibile e quanto più possibile locale.

 

Gaetano Pascale

presidente di Slow Food Italia

da La Stampa del 16 luglio 2017

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