Clima impazzito, vino (buono) finito…

vignaLa speranza di salvare il pianeta è legata a un impegno globale finalizzato al rispetto dell’ambiente. Il prossimo summit di Parigi, COP21, dovrà mettere a punto un piano per contenere le conseguenze dovute ai cambiamenti climatici. Potrebbe essere l’ultima occasione per arginare la deriva ambientale generata da un continuo innalzamento delle temperature, oceani sempre più caldi e generale instabilità climatica.

A noi appassionati di vino però sovviene un pensiero superficiale: potremo, forse, ancora salvare il pianeta ma il vino non sarà più lo stesso. Un male minore, certo, se pensato in relazione al destino del globo terrestre ma una conseguenza inevitabile dovuta ad anni di scellerato spreco di energia e inquinamento atmosferico. Si potrebbe obiettare che i climi sono sempre stati instabili e potremmo, semplicemente, trovarci davanti a un’oscillazione piuttosto che all’affermarsi di una situazione irreversibile; la vigna d’altronde, nel corso della sua storia, si è adattata a un’incredibile varietà di climi.

Il problema però è che l’innalzamento climatico, dal 1900 a oggi, ha avuto una drastica ascesa a partire dal 1980. Tale dissipazione di energia misurata su scala mondiale è coincisa con l’esplosione della viticoltura specializzata, a partire dal 1990. Interi territori italiani sull’onda lunga del successo commerciale della nostra enologia sono stati sacrificati all’altare della viticoltura. Siamo attualmente in una situazione al limite dove la maggior parte degli ettari vitati, vera e propria eccellenza enologica del nostro paese, potrebbe fra qualche anno non essere in grado di garantire la medesima qualità. Con le temperature in aumento infatti la fisionomia dei vini a denominazione è destinata a cambiare.

Saremo disposti a barattare la finezza di un Barolo o la tessitura tannica di un Brunello di Montalcino con vini di maggiore sostanza ma privi di quei dettagli gustativi che li rendono un modello irripetibile della viticoltura italiana? Questo è un punto; forse dovremo soltanto accontentarci dopo almeno cinquanta anni di vini indimenticabili. Ma come noi dovranno accontentarsi i cugini francesi. Il cambiamento climatico ha portato in Francia a condizioni anomale di coltivazione con alluvioni frequenti che hanno interessato le celebri regioni di Borgogna e Bordeaux compromettendo alcune delle vendemmie degli ultimi cinque anni. Anche in Champagne la situazione in prospettiva non è rosea. Se l’innalzamento delle temperature ha permesso per alcuni anni a godere di vendemmie regolari, il caldo attuale ha portato a uve poco ricche di acidità elemento essenziale per l’eleganza delle bollicine più famose del mondo. Gli inglesi, a proposito non sono stati a guardare, incentivando la produzione spumantistica al di qua della Manica e spostando di fatto la latitudine possibile per la produzione di vino.

Il riassetto della viticoltura interessa anche il Nuovo Mondo. Secondo Michael White, esperto di modelli climatici, “entro il 2100 la produzione di vini di pregio negli Stati Uniti sarà limitata ad alcune zone della costa occidentale e nord-orientale, al momento caratterizzate da una piovosità eccessiva.[1] Non solo lo stesso team di lavoro afferma come la scelta di vitigni adatti alla siccità imponga una strada obbligata ai viticoltori che non coincide con quella della qualità.

In Australia, da tempo abituata al termometro alto, la viticoltura di qualità si sta dirigendo verso la Tasmania, isola dal clima ancora continentale. Il famoso critico enologico James Halliday ha scritto in un articolo concernente il cambiamento climatico “More people are killed by cold weather than hot, and the same is true of grape vines” vale a dire che non è tanto il caldo il problema dei viticoltori australiani quanto i troppo frequenti eccessi climatici sotto forma di inondazioni e grandine che non permettono la corretta maturazione dei grappoli.

[1] Il tempo in una bottiglia, De Salle-Tatterson, 2014 Codice Edizioni, pp 270-278

Fabio Pracchia, redazione Slow Wine

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