Clima che cambia, addio al risveglio al profumo di caffè?

Stiamo per darvi una notizia che per molti di noi rappresenterà davvero un duro colpo. Dimenticatevi il risveglio al profumo di caffè. Il riscaldamento globale ci potrebbe privare anche di questo piacere.

Alcune aree dell’America Latina vocate alla coltura di caffè potrebbero non essere più adatte per tale coltivazione molto prima di quello che ci aspettiamo, a causa degli effetti del cambiamento climatico. Lo dice uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Lo studio si concentra, inoltre, sulla relazione tra caffè e morìa delle api.

Meno aree adatte alle coltivazioni caffè

La comunità scientifica è d’accordo sul fatto che lo sconquasso climatico stia già modificando le colture e rendendo la vita assai difficile alle specie impollinatrici. Le conseguenze sono immaginabili: si riduce la disponibilità di cibo e mina le economie agricole, soprattutto la piccola scala.

Ma finora nessuno studio aveva ancora valutato il modo in cui la diminuzione delle api si associ ai cambiamenti nella distribuzione di aree adatte alla produzione di caffè. «Stando a quanto emerso risulta che le aree adatte si ridurranno del 73-88 per cento entro il 2050 in scenari caldi », ha detto Paul Imbach, ricercatore del Centro Internazionale per l’Agricoltura Tropicale del Vietnam che ha guidato questo lavoro. I risultati della ricerca suggeriscono che le piccole aree che in futuro saranno più adatte a questa coltura si troveranno in zone alte.

In questo senso, ci sarà una perdita significativa di aree adatte per il caffè in aree con poche montagne, come Nicaragua, Honduras e Venezuela. Da questa situazione potrebbero però guadagnarci Messico, Guatemala, Colombia e Costa Rica.

Meno nutrienti nelle piante

Putroppo le brutte notizie non arrivano mai sole. Il cambiamento climatico non solo sta modificando le zone di produzione, ma pure i cibi stessi, in termini di nutrienti. Questa tesi è supportata da Irakli Loladze, bio-matematico americano che, studiando il comportamento del plancton su alcune specie di alghe, si accorse che irradiando con una maggiore quantità di luce le piante marine queste crescevano più velocemente, sviluppando però meno sostanze nutritive. Per cui sì che il plancton aveva un sacco da mangiare, ma il cibo era meno nutriente, rendendo il plancton più debole e affamato. «Accelerando la loro crescita, i ricercatori hanno trasformato le alghe in cibo spazzatura» sostiene la testata Politico, che ha raccontato in un lungo articolo la scoperta di Loladze.

Certo, il problema non è che le piante terrestri improvvisamente stiano ottenendo più luce. Però stanno ottenendo più anidride carbonica e questa accelera la crescita delle piante, perché aumenta la fotosintesi, il processo per il quale le piante trasformano la luce in cibo. «Ogni foglia e ogni filo d’erba sulla terra produce sempre più zuccheri», sostiene Loladze. Per cui le piante crescono sviluppando più carboidrati – come il glucosio – a scapito di altre sostanze nutritive, come proteine, ferro e zinco. E tra queste piante sono incluse quelle che mangiamo, come il grano, il riso e l’orzo. «Stiamo assistendo alla più grande iniezione di carboidrati nella biosfera della storia umana: iniezione che diluisce altre sostanze nutritive utili alla nostra alimentazione».

Il merito delle ricerche di Loladze e del suo team è quello di aver legato scienza del clima e cibo, con uno sguardo rivolto alla salute.

Certo, che i nostri cibi siano “meno nutrienti” rispetto al passato non è colpa solo del cambiamento climatico: la frutta e la verdura di oggi contengono meno minerali, vitamine e proteine rispetto alle stesse di 50-70 anni fa perché abbiamo scelto di coltivare varietà più redditizie in termini di quantità che di qualità.

Meno polline nei fiori

Politico racconta anche delle ricerche di Lewis Ziska, fisiologo vegetale del Maryland, il quale ha adottato il punto di vista di Loladze applicandolo al campo delle api. Ziska si è concentrato su un fiore particolarmente amato dagli impollinatori, il Goldenrod, scoprendo che dalla metà del ‘800 (quindi dalla rivoluzione industriale) a oggi il fiore ha perso un terzo del suo polline.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Ziska si preoccupa perché non stiamo studiando con sufficiente urgenza tutti i modi in cui la CO2 colpisce le piante da cui dipendiamo, considerando che cambiare rotta richiede molto tempo. Che noi non abbiamo. Gli stessi ricercatori del Maryland, poi, stanno misurando quanto il caffè stia perdendo caffeina.

Loladze e Ziska fanno parte di quella piccola fascia di ricercatori che misurano l’impatto del cambiamento climatico sul cibo. E che cercano di capire cosa significhi tutto questo per gli esseri umani, dal momento che le sostanze nutritive delle piante – come il calcio, il magnesio, il potassio, lo zinco e il ferro – sono diminuiti dell’8%. Insomma, le ricerche appena iniziate stanno dimostrando le piante, come le alghe, stanno diventando cibo spazzatura. E ne avevamo già prodotto abbastanza.

Maurizio Bongioanni
m.bongioanni@slowfood.it

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