Clima, 90 multinazionali sono responsabili di metà del riscaldamento globale

Chi rompe paga, dice la tradizione popolare. Un adagio che purtroppo è difficile applicare a chi danneggia il nostro pianeta, perfino quando i costi da pagare sono sotto gli occhi di tutti.

Uno studio sostenuto dalla Union of Concerned Scientists e pubblicato sulla rivista scientifica Climate Change, che ha coinvolto ricercatori di Oxford, della Columbia University e della North Carolina State University, ha provato per la prima volta a quantificare le responsabilità dei maggiori gruppi economici.

I risultati sono davvero clamorosi: le emissioni prodotte dalle novanta aziende più inquinanti del mondo sono responsabili di quasi il 50% dell’aumento di temperatura, del 57% delle emissioni di Co2 e del 30% dell’innalzamento del livello del mare fin dal 1880.

Andando ancor più nello specifico, solo alla top 20 degli inquinatori si deve il 27% dell’anidride carbonica immessa dalle attività umane nell’arco compreso tra il 1880 e il 2010 e il 19,6% di quelle registrate a partire dal 1980. Oltre metà delle emissioni in quest’ultimo periodo, sottolineano gli autori della ricerca, sono state prodotte dopo il 1986, cioè quando i rischi climatici connessi allo sfruttamento dei combustibili fossili erano già ben noti.

Le responsabilità sono ugualmente suddivise tra pubblico e privato: nella lista nera figurano 50 multinazionali tra cui Bp, Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil, Peabody e Shell, ma anche 31 colossi di Stato (come la russa Gazprom, la messicana Pemex, la saudita Aramco, Coal India, Kuwait Petroleum, Petroleos de Venezuela e National Iranian Oil Company) e altre 9 imprese precedentemente controllate dai governi. Due italiane, Eni e Italcementi, avrebbero contribuito all’aumento delle temperature per lo 0,3% e lo 0,02%.

Si tratta di stime ragionevoli, secondo gli scienziati, considerando che quasi due terzi delle emissioni di anidride carbonica e metano possono ormai essere tracciate fino all’origine. Lo studio prende le mosse da una ricerca analoga, condotta nel 2014 dal climatologo Richard Heede con l’obiettivo di quantificare le responsabilità degli attori non governativi nei cambiamenti climatici.

Finora, infatti, a pagare il conto sono stati i governi, vincolati dagli accordi di Kyoto e di Parigi e dal sistema delle quote. Mentre le aziende, non di rado, remano in tutt’altra direzione. Il report Corporate Carbon Policy Footprint, pubblicato di recente dalla ong britannica Influence Map, ha preso in esame le politiche climatiche dei 250 maggiori gruppi multinazionali: ne emerge un quadro in cui 200 giganti dell’industria appaiono “neutri”, altri 35 pongono ostacoli alla realizzazione degli obiettivi di Cop21 e solo 15 segnano un rating favorevole.

Tra i più aggressivi verso le politiche per la salvaguardia del clima troviamo proprio le aziende petrolifere come Koch Industries, Exxon, Chevron, Bp e Total, oltre a gruppi della chimica come Basf, Dow Chemical e Bayer. Anche Eni e Fiat Chrysler contribuiscono figurano nell’elenco dei cattivi, pur in posizione più defilata.

Nel 2008 la municipalità di Kivalina, in Alaska, ha citato in giudizio per la prima volta ExxonMobil e altre compagnie petrolifere per le loro attività connesse allo scioglimento dei ghiacci. L’anno successivo il tribunale distrettuale e la Corte Suprema degli Stati Uniti hanno però rigettato la causa, considerando il global warming “un tema politico”.

A luglio le contee di San Mateo e Marin e la città di Imperial Beach, in California, hanno rilanciato il tema della responsabilità sociale delle grandi corporation chiamando 37 gruppi (tra cui, di nuovo, Bp, Chevron, ExxonMobil e Shell) a rispondere dell’innalzamento dei livelli delle acque che sta mettendo a rischio proprietà e terreni per miliardi di dollari.

Forse – è il caso di dirlo – il clima non è ancora cambiato abbastanza da permettere che anche gli inquinatori siano portati alla sbarra per le loro colpe “indirette”, come ormai da tempo accade ai produttori di tabacco. Di certo, però, la collettività paga un costo sempre più salato per adeguarsi a quanto accade: nella sola California, i danni arrecati dalla siccità del 2015 al settore agricolo sono costati 3 miliardi di dollari.

Nella città di New York, secondo le stime delle autorità locali, serviranno circa 19 miliardi per adeguarsi ai cambiamenti climatici. Cifre stellari, ma di ben poco conto in confronto alle proiezioni del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente nelle nazioni in via di sviluppo: a questi Paesi occorreranno nel complesso tra i 140 e i 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2030, destinati a salire in una forbice fra i 280 e i 500 miliardi di dollari per il 2050.

Per rispondere alle sfide ambientali, come Slow Food e Terra Madre ci siamo impegnati con Menu for Change in una nuova campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi che evidenzi il rapporto tra produzione alimentare e cambiamento climatico e ci dia gli strumenti per rafforzare chi sceglie metodi di produzione alimentare che non contribuiscono al riscaldamento globale. Scopri come puoi partecipare e ti ringraziamo fin da ora per il tuo contributo.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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