Ciao Folco

Venerdì 11 gennaio abbiamo salutato uno dei padri fondatori di Slow Food, Folco Portinari, grande intellettuale e gastronomo scomparso a Milano alla soglia dei 93 anni. A lui si deve lo straordinario Manifesto dello Slow Food, scritto avanguardistico che ha rivoluzionato la cultura del cibo in tutto il mondo. Ma oggi salutiamo sopratutto un amico, di cui ci mancherà la vivace critica con cui ha seguito e sostenuto con generosità la storia della nostra associazione.

Un anno fa, in occasione del suo novantaduesimo compleanno, Carlo Petrini gli rendeva omaggio con questo ritratto che vi riproponiamo.

«Se oggi una percezione culturalmente alta della gastronomia sta diventando un patrimonio condiviso, non solo in Italia, molto del merito va a un gruppo di intellettuali che, tra gli anni Settanta e Ottanta, seppero leggere e narrare la complessità del mondo del cibo. Tra i più lungimiranti e originali interpreti di questa visione olistica allo studio della gastronomia c’è il poeta, scrittore e studioso Folco Portinari.

Carlo Petrini insieme a Folco Portinari alla firma del manifesto Slow Food

Insieme a lui ho iniziato, negli anni Ottanta, un sodalizio intellettuale che continua tuttora: entrambi facevamo parte della redazione de La Gola, la storica rivista che rivoluzionò la comunicazione gastronomica e che ha annoverato tra i suoi collaboratori personalità come Alberto Capatti e l’indimenticabile Gianni Sassi.

Nato a Cumiana, piccolo paese contadino del Torinese, il 25 gennaio 1926, Portinari è stato docente di Storia della letteratura italiana all’Università di Torino, collaboratore dei principali quotidiani e periodici italiani e autore di numerosi libri che spaziano dai temi manzoniani alla civiltà letteraria italiana dell’Ottocento, dalla cultura del cibo e dell’alimentazione allo sport. Entra in Rai negli anni Cinquanta per meriti culturali insieme a Umberto Eco, Enrico Vaime, Piero Angela, Angelo Guglielmi e altri intellettuali lontani dalla lottizzazione politica. Grazie alla sua sensibilità per la terra e alla passione per la cucina dei territori, ha portato in televisione Luigi Veronelli, con i suoi racconti sulla vita e le storie di contadini, allevatori, cuoche e cuochi.

Dalla nostra frequentazione è nato il manifesto di Slow Food, scritto in prosa poetica da Folco nel 1987: un documento rivoluzionario, oggi conosciuto in tutto il mondo, che ha contribuito a far prendere coscienza della dignità del proprio lavoro a generazioni di gastronomi, contadini, artigiani.

Folco è un uomo ironico. Quando gli telefono spesso risponde: «Soldato Nemecsek presente». Così gli piace definirsi: «In un esercito di generali, io sono il soldato semplice de I ragazzi della via Pál. Il suo destino è non essere mai ascoltato. Si ascoltano i generali e non i soldati semplici». Come lui è indisciplinato, ma valoroso e leale. A differenza di Nemecsek però, lui è ascoltato. Grazie a Folco ho capito qualcosa di più sull’approccio culturale alla gastronomia: «Ridurla al solo buon mangiare è un duplice errore: in primo luogo perché si condivide implicitamente il luogo comune che separa la storia dell’alimentazione – economia e sussistenza – dalla storia della gastronomia – cultura e piacere; in secondo luogo perché si prende in considerazione una piccola parte, forse la meno nobile, del complesso sistema di radici alla base dei nostri alimenti». Il suo libro Il piacere della gola (1986), in questo senso, resta una pietra miliare: «Anche quello gastronomico – scrive Portinari – è un linguaggio, un sistema simbolico, più o meno esplicitamente rivelato».

Con Folco non esistono materie di serie A o di serie B, perché per lui tutte hanno uguale dignità e riesce a renderle tutte interessanti e degne di nota. Conversando con lui capita di passare dal cibo a Dante, dalla Bibbia allo sport, e perfino ai Tarocchi, perché «non si può intervenire sulla cultura del cibo senza modificare la cultura nella sua totalità, perché non esistono culture settoriali indipendenti (quella del cibo, dello sport, delle arti,…): la cultura è il risultato di una sintesi. È un collante che tiene assieme il tutto. Altrimenti parleremmo di mode». Una lezione che, oggi più che mai, non è solo utile, ma sgombra il campo da facilonerie e superficialità.»

Da La Repubblica del 25 gennaio 2018

 

E ancora, vi proponiamo «Melodrammi a digiuno» uno dei tanti contributi del nostro Folco alla rivista di Slow Food, in questo caso Slow numero 53 (2006). 

 

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