Che cosa vuol dire “migranti economici”?

I fenomeni migratori che negli ultimi anni stanno interessando un’area sempre più vasta del mondo, e che incidono sul dibattito politico e sul tessuto sociale della vecchia Europa, avranno ripercussioni e impatto ancora per molto tempo, ci piaccia o meno. Le cause profonde di questi flussi, infatti, hanno un carattere strutturale e duraturo che non è prevedibile venga modificato in tempi brevi. L’unico esercizio sensato, allora, sarebbe quello di approfondire queste cause, di cercare di comprenderle in tutta la loro complessità e stratificazione, evitando vergognosi discorsi xenofobi o populisti buoni solo ad alimentare disinformazione, paura e rabbia nella popolazione e non certo di costruire soluzioni eque e sostenibili nel futuro, che sarebbe un compito della nostra politica.

Se facessimo sinceramente questo sforzo, ci troveremmo a doverci rendere conto che in molte parti del continente africano e del Medio Oriente i conflitti e l’insicurezza stanno minando la resilienza di intere comunità. E non si parla di fenomeni locali o sporadici, purtroppo bisogna accettare e riconoscere il fatto che questa instabilità è figlia di secoli di ladrocinio perpetrato dalle nostre società opulente ai danni di comunità e territori visti solo come fonti di materie prime da estrarre a basso costo a uso e consumo di un modello di business che non lascia nulla agli abitanti delle terre depredate. Un modello di sviluppo estrattivo perpetrato per il vantaggio (e le tasche) di pochi a scapito di moltitudini. Basti pensare all’industria mineraria, che spesso monetizza una potenza tecnologica accumulata con lo sfruttamento per ottenere concessioni quasi senza limiti (anche con la complicità di governanti locali non all’altezza della situazione e talvolta corrotti). O ancora si potrebbe gettare uno sguardo alla questione del land grabbing, un vero e proprio esproprio di immense porzioni di territorio che vengono sottratte alle comunità per pochi euro sfruttando (questo verbo ricorre spesso in questo pezzo, e purtroppo non è un caso) anche l’assenza di istituti da noi consolidati come il catasto.

Questa è la realtà, in cui proliferano violenze e instabilità proprio perché vengono a mancare gli strumenti basilari necessari per condurre una vita dignitosa, per poter soddisfare i bisogni primari, per dare un futuro ai propri figli. E allora, in un contesto del genere, appare ancora più odiosa una categoria di pensiero che sta tristemente e subdolamente entrando non solo nei nostri vocabolari, ma in maniera molto più preoccupante nelle nostre teste: il concetto di “migranti economici”.

Come se le ragazze e i ragazzi che rischiano la vita attraversando il deserto prima e il mare poi, nelle grinfie di trafficanti senza scrupoli, fossero sostanzialmente equiparabili alle decine di migliaia (e forse questo numero dovrebbe preoccupare le nostre istituzioni più di quelli relativi agli sbarchi, ma è un altro discorso) di ragazzi italiani che decidono di cercare maggior fortuna a Londra, a Berlino o a New York. Ma quale genitore imbarcherebbe il proprio figlio in un viaggio per cui le probabilità di sopravvivenza sono meno che quelle di finire in fondo al mare? O madri incinte che fuggono per cercare di dare una vita più dignitosa alla creatura che portano in grembo?

Non possiamo parlare di migrazioni economiche come grimaldello per avallare politiche di respingimento, di chiusura, di morte. Queste migrazioni sono figlie dell’ingiustizia e dell’iniquità che in parte pesano anche sulle nostre spalle. Quando su un territorio non c’è più non solo futuro ma nemmeno presente, non possiamo pensare che non sia un problema di tutta l’umanità.

I dati che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per il Cibo e l’Agricoltura (Fao) ha presentato qualche mese fa dipingono un quadro scuro: la fame e la malnutrizione negli ultimi mesi hanno ricominciato a crescere nelle regioni dell’Africa centrale, specialmente intorno al Lago Ciad, in Sud Sudan e nel corno d’Africa. E qui subentra un altro dei grandissimi temi del nostro tempo: il cambiamento climatico, che sempre più massicciamente si fa sentire sotto forma di eventi climatici estremi, siccità, inondazioni.

Recentemente, per fare un esempio, le comunità di pastori del nord del Kenia, molte delle quali fanno parte della rete di Terra Madre, hanno perso fino al 95% dei loro animali a causa di una siccità con pochi precedenti nella storia. Decine di migliaia di capi di bestiame sono stati lasciati al loro destino perché non c’erano più pascoli dove sfamarli o fonti a cui dissetarli. Chi subisce questo genere di eventi e decide di lasciare la propria terra perché non sa di che nutrirsi è un migrante economico? Che cosa lo distingue da coloro che scappano dalla guerra o da uno stato autoritario? Non dovrebbe avere diritto ad essere accolto come un fratello nel nostro paese e negli altri paesi europei?

Per cercare di rimanere umani serve prima di tutto una decolonizzazione del nostro pensiero, e poi una radicale svolta nell’azione.

Per chi come me si occupa di cibo e agricoltura, è inevitabile domandarsi quale tipo di modello produttivo immaginiamo possa veramente rappresentare un futuro per il continente africano. Quello che come Slow Food abbiamo imparato negli anni è che non c’è sviluppo vero, in agricoltura, se questo non è saldamente nelle mani delle comunità, se non è diffuso e partecipato. Il modello monocolturale e intensivo, che in molte parti del mondo domina, alla lunga impoverisce i contadini, li pone alla mercé di dinamiche di mercato che seguono spesso logiche speculative che modulano i prezzi sulla base di interessi che sono tutt’altro che collettivi.

Il vice presidente di Slow Food si chiama Edward Mukiibi ed è un giovane agronomo ugandese. Appena laureato, iniziò a lavorare per una grande azienda sementiera per convincere gli agricoltori locali a piantare una varietà di mais sviluppata in laboratorio per essere più produttiva. La promessa era che producendo di più e concentrandosi sulla produzione di un’unica varietà più performante, il benessere sarebbe arrivato e con esso l’emancipazione da una prospettiva di mera sussistenza. Il risultato si è visto qualche anno dopo, quando una forte siccità ha distrutto queste nuove coltivazioni non adatte a quel territorio e con esso le speranze di intere comunità di agricoltori che si erano lanciati all’inseguimento di una nuova prosperità. È così che Edward ha compreso che la resilienza dei territori non può prescindere dalla tutela della biodiversità e dalla valorizzazione di quelle varietà che si sono adattate nei secoli al territorio e alle comunità con cui si sono evolute. Un altro esempio è quello costituito dalle coltivazioni di fiori per il mercato europeo su vaste aree dell’Etiopia. Certamente una coltivazione redditizia, ma non adatta a garantire nel tempo una prospettiva degna alle comunità. Anche perché, quando l’intera produzione è pensata per le esportazioni, si tratta sempre di favorire il profitto di pochi a scapito di coloro che producono e che, al momento opportuno, saranno sostituiti da altri produttori in zone in cui la stessa commodity (perché di questo si tratta) potrà essere prodotta a un costo minore, o più facilmente, o in maggiore quantità.

Al contrario bisogna costruire progetti condivisi e diffusi, dove è la rete e la comunità la protagonista e dove la gestione è locale e autogovernata. In questo senso il progetto dei 10.000 Orti in Africa che come Slow Food abbiamo avviato ormai quattro anni fa dimostra che si può generare sviluppo solo stimolando la partecipazione collettiva. Questo dovrebbe essere il criterio alla base dell’agire in quei luoghi, e quando si sente il mantra “aiutiamoli a casa loro” dovremmo tenerlo a mente. Gli accordi commerciali internazionali sono sempre estrattivi e ricalcano i rapporti di forza in atto, solo l’economia locale può essere duratura e sostenibile per tutti. E l’aiuto è tale solo se è gratuito, diversamente è casomai un investimento a breve termine o, peggio, sfruttamento mascherato.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

 

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