Ceta, tre ragioni per dire no

Arriva oggi all’esame del Senato il controverso trattato tra Unione Europea e Canada di cui vi abbiamo già parlato più volte da queste colonne. Ribadiamo le ragioni della nostra contrarietà soffermandoci su tre aspetti in particolare: cibo e sicurezza alimentare, ambiente e meccanismi giudiziari del Ceta.

L’accordo sul piatto: pesticidi e Ogm, cosa cambia per la sicurezza alimentare (e per il made in Italy)

Considerati i margini di ambiguità che il testo presenta, le possibili conseguenze del Ceta sulla sicurezza alimentare sono ancora tutte da valutare. E questo non è certo un bene.

Le decisioni sull’equivalenza tra sostanze chimiche e prodotti geneticamente modificati, infatti, sono rinviate a tavoli di esperti che opereranno fuori dal controllo pubblico. È un vuoto pericoloso, che potrebbe aprire la strada all’ingresso di Ogm e pesticidi oggi vietati in Europa, così come all’importazione di prodotti derivati da animali trattati con ormoni della crescita.

La questione non è di poco conto se si considerano le diverse interpretazioni del principio di precauzione offerte da Ue e Canada e la differente normativa sulle sostanze ammesse in agricoltura. Un esempio per tutti: il paraquat, prodotto dalla multinazionale svizzera Syngenta, è considerato l’erbicida più tossico in circolazione ed è bandito in 40 Paesi tra cui quelli dell’Unione Europea e la stessa Svizzera. Non però in Canada, dove Syngenta opera con una sede sussidiaria in Ontario.

Secondo le previsioni del trattato, le linee guida per il riconoscimento di equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie consentiranno ai prodotti di evitare nuovi controlli nel Paese in cui verrà venduto, se si dimostra «oggettivamente» la sostanziale equivalenza con quelli commercializzati dalla controparte. Il parametro deve essere valutato in base a criteri o linee guida. Quali? Non è dato saperlo, perché il testo del Ceta non le ha mai definite, rinviandole a «un secondo momento».

È da notare poi che prima ancora di entrare in vigore il Ceta ha già indebolito almeno una norma Ue: il divieto di importazione di carcasse bovine lavate con acido lattico, rimosso nell’agosto 2015 dalla Commissione Ue nonostante un parere dell’Efsa del 2010 riconoscesse la presenza di possibili rischi nel caso di contaminazioni da spore batteriche resistenti al calore.

In una mail a Tonio Borg, allora commissario alla Salute, il ministro canadese dell’Agricoltura Gerry Ritz riconoscerà all’organo di governo europeo il “merito” di aver già provveduto a rimuovere questo intoppo, caldeggiando inoltre – sempre nell’ottica dei negoziati per il trattato – il riconoscimento dell’uso di acqua calda riciclata come decontaminante per la carne (in Europa è consentito il solo uso dell’acqua potabile).

Che dire poi del made in Italy? Abbiamo già affrontato la questione della protezione delle Dop e dei marchi Italian sounding, ma c’è da notare anche un altro aspetto. Il Ceta qualifica un prodotto come “europeo” o “canadese” in base al concetto di “fabbricazione sufficiente”, cioè al soddisfacimento di alcuni requisiti.

Non si considerano “fabbricazione sufficiente”, per esempio, le operazioni destinate a colorare o aromatizzare lo zucchero, la sbucciatura, snocciolatura e sgusciatura di ortaggi o legumi e le semplici operazioni di imballaggio. Nulla però si dice sulla trasformazione, che costituisce il grosso del valore aggiunto del “Made in”.

Un gran brutto clima: le conseguenze del Ceta sull’ambiente

L’impatto del Ceta sulla legislazione ambientale è uno dei capitoli più controversi dell’accordo. Da notare intanto che il preambolo del testo non fa riferimento all’accordo di Parigi né alla necessità di ridurre le emissioni di gas serra.

Il capitolo 24, dedicato a “Commercio e Ambiente”, afferma che commercio e investimenti non possono indebolire o ridurre il livello di protezione ambientale stabilito dalle leggi, aggiungendo però che le procedure per farle rispettare non possono essere «complicate in maniera non necessaria o troppo costose»: un accenno vago e piuttosto inquietante se consideriamo le disparità fra Unione Europea e Canada su una serie di questioni ambientali.

Possiamo ricordare che il Paese nordamericano è primo produttore mondiale di petrolio da sabbie bituminose, il carburante più inquinante del mondo. Gran parte del combustibile grezzo viene ricavata da miniere a cielo aperto, scavate raschiando il terreno vino a creare crateri profondi 40-60 metri: per estrarre un barile di petrolio servono circa tre barili d’acqua e il carburante così ottenuto emette il 20-22% di carbonio in più nell’atmosfera rispetto al petrolio convenzionale.

Nonostante l’incompatibilità delle sabbie bituminose con la legislazione Ue, la Commissione ha rivisto l’articolo 7bis della Direttiva sulla qualità dei carburanti, eliminando l’obbligo di riportare in etichetta la materia prima da cui è ricavato il petrolio e di fatto permettendo al combustibile non convenzionale di entrare nel mercato Ue mescolato con quello convenzionale.

Secondo i calcoli del National Resources Defence Council, entro il 2020 le importazioni di questo carburante potrebbero passare da 4mila a 700mila barili al giorno per effetto del Ceta: è l’equivalente dell’immissione di sei milioni di nuove auto su strada.

In Canada è inoltre consentita la pratica del fracking, cioè la fratturazione idraulica del terreno per l’estrazione di gas di scisto. Questa tecnica è considerata rischiosa per il possibile inquinamento di falde acquifere, perché può provocare un incremento del rischio sismico e per le frequenti fughe di metano in atmosfera.

Anche in alcuni Paesi europei (come la Polonia) il fracking è già permesso, mentre in altri manca una legislazione organica. L’eventuale moratoria di uno Stato membro sulle attività di fracking potrebbe favorire il ricorso delle imprese di settore ai sensi del Ceta.

È già accaduto proprio in Canada, dove nel 2011 la compagnia statunitense Lone Pine Resources ha fatto causa al governo davanti al tribunale speciale previsto dal Nafta (trattato di libero scambio tra Canada, Usa e Messico): oggetto del contendere, la revoca delle licenze per le trivellazioni nel fiume San Lorenzo decisa dall’amministrazione del Quebec.

Un tribunale a senso unico: l’Investment Court System

Al pari del più famoso Ttip e di altri trattati di nuova generazione, il Ceta costituisce comitati estranei all’ordinamento giuridico nazionale ed europeo che si occuperanno di servizi, agricoltura, misure sanitarie e altro ancora, imponendo obblighi agli Stati membri.

Il sistema di regolamentazione delle controversie è chiamato Investment Court System (Ics) e sarà composto da 15 membri nominato da uno dei comitati creati dal Ceta stesso, il Comitato misto, che in sostanza stabilisce un regime speciale di responsabilità per gli Stati e l’Unione davanti a un tribunale speciale creato ad esclusivo beneficio degli “investitori”: se questi ritengono che gli effetti delle regole europee o nazionali danneggino i loro affari, potranno citare gli Stati in giudizio e chiedere la rimozione delle norme o un risarcimento.

Come il precedente meccanismo Isds (Investor-State Dispute Settlement), l’Ics offre potere di intervento e ampia tutela ai privati, ma non ha come contraltare un rafforzamento delle prerogative degli Stati e degli enti pubblici.

Basti pensare che non è previsto nemmeno un meccanismo sanzionatorio in caso di infrazioni delle leggi ambientali europee o canadesi da parte delle imprese. Da una parte abbiamo un tribunale sovranazionale con il potere di sanzionare gli Stati per importi illimitati (utilizzando il trattato come unico codice), dall’altra nessuna tutela dalle violazioni dei privati.

 

Per saperne di più, consulta il report Ambiente e commercio globale: due strade divergenti? a cura della campagna Stop Ttip Italia

 

A cura di Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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