Ceta, è scattata l’ora X: cosa possiamo fare per opporci

Il giorno è arrivato: a partire da oggi entra in vigore in via provvisoria il Comprehensive Economic and Trade Agreement, meglio noto con l’acronimo Ceta.

Il trattato ridefinisce i rapporti tra l’Unione Europea e il Canada in diversi ambiti: beni agricoli e non agricoli; servizi e investimenti; appalti pubblici; proprietà intellettuale; risoluzione delle controversie; sviluppo sostenibile. Oltre all’abbattimento di circa il 99% delle barriere tariffarie nel commercio tra Europa e Canada, è prevista anche la libera partecipazione di cittadini e imprese di entrambe le parti alle gare d’appalto e l’eliminazione dei principali ostacoli al riconoscimento reciproco di alcune professioni, come architetti e commercialisti.

Il Ceta nasce da uno studio congiunto sulla valutazione di costi e benefici condotto nell’ottobre del 2008. Nel 2009 sono iniziati i negoziati ufficiali che hanno portato, quattro anni più tardi, a un accordo di massima sottoscritto dall’allora primo ministro canadese Stephen Harper e dal presidente della Commissione Europea Manuel Barroso.

Il via libero europeo, previsto inizialmente per il 30 ottobre 2016, è slittato per l’opposizione iniziale della Vallonia fino al 15 febbraio di quest’anno, quando un voto dell’Europarlamento ha sancito un primo passo verso l’approvazione.

Trattandosi però di un “mixed agreement” (cioè di competenza mista fra l’Unione e gli Stati), per l’entrata in vigore definitiva è necessaria la ratifica di 38 assemblee nazionali e regionali nei vari Stati dell’Ue. In Italia il Ceta ha incassato l’ok della Commissione Esteri del Senato nella seduta del 27 giugno e verrà sottoposto all’aula il prossimo 26 settembre.

Nel frattempo sono già applicabili, a partire da oggi, le clausole che impattano sulle materie di competenza europea: liberalizzazione di merci, servizi, appalti pubblici, misure non tariffarie e tutela delle indicazioni geografiche. Per contro, le parti dell’accordo per cui è stata definita la competenza a livello nazionale – secondo il parere espresso la scorsa primavera dalla Corte di Giustizia europea sull’accordo con Singapore – entreranno in applicazione solo al termine della procedura di ratifica Ue e dei 28 Stati membri.

Restano invece esclusi dall’applicazione provvisoria il capitolo sviluppo sostenibile e quello relativo a commercio e lavoro, nonché alle misure di difesa commerciale.

Ma in concreto, perché tutto questo ci dovrebbe preoccupare? Come ha spiegato la portavoce della campagna Stop Ceta Monica Di Sisto, al pari di altri trattati di nuova generazione (come il famigerato Ttip) il Ceta «trae i suoi maggiori vantaggi non dall’abbattimento delle barriere tariffarie che rallentano gli scambi tra le due sponde dell’Atlantico, ma di quelle non tariffarie: ossia regole, standard di prodotto, di processo, che spesso e volentieri difendono la nostra sicurezza e la nostra salute, pur generando costi aggiuntivi per le imprese».

Non è un caso se a questa stessa conclusione sono arrivati anche soggetti che di certo non si possono accusare di compiacenza con gli attivisti Stop Ceta. Si pensi al responso offerto due settimane dal gruppo di nove esperti (economisti, esperti ambientali e giuristi internazionali) nominato in luglio dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron con il compito di analizzare gli effetti dell’accordo. Il comitato, presieduto da Katheline Schibert (economista specializzata in questioni ambientali e docente alla Paris School of Economics) ha duramente criticato il testo sottolineandone la «mancanza di ambizione»: a detta degli esperti, «i capitoli che riguardano l’ambiente hanno l’unico merito di esistere ma non contengono alcun impegno vincolante».

Sul tema del clima, definito «il grande assente dell’accordo», non c’è infatti alcuna garanzia perché il Ceta non contiene riferimenti al Protocollo sul clima approvato dalla COP21 di Parigi, non fissa limiti al commercio di combustibili fossili e non fa menzione della riduzione di emissioni inquinanti: ragione per cui gli esperti propongono al governo nove raccomandazioni in vista di una possibile (ma al momento assai improbabile) riapertura delle negoziazioni, fra cui l’introduzione di un “veto climatico” atto a limitare le azioni legali delle aziende contro le norme ambientali.

Suscita forti censure anche il capitolo più discusso, cioè la creazione di un tribunale per la tutela degli investimenti (Investment Court System). Il meccanismo non è equilibrato perché questo tribunale speciale vedrebbe gli Stati solo in vesti di imputati chiamati a risarcire i mancati profitti delle aziende dovuti a legislazioni sfavorevoli e perché resta tuttora l’incertezza sulla possibilità di invocare il principio di precauzione nelle future controversie.

C’è quindi il rischio concreto di determinare un abbassamento degli standard sanitari e ambientali, considerando che il principio di precauzione così come formulato dall’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea prevede paletti più stretti rispetto a quelli di altri trattati internazionali.

Cosa fare adesso?

La campagna Stop Ceta ha indetto a partire dalle ore 12 di oggi, giovedì 21, una tempesta di tweet e email di protesta in tutta Europa.

In attesa che l’iter di ratifica arrivi all’esame del Senato, potete sostenere la protesta chiedendo ai senatori italiani una prova di saggezza e di rispetto dei tempi e dei modi della democrazia: #StopCETA #SevotiCETAnontivoto #CETAfuoridalSenato sono i tre hashtag che verranno sostenuti anche dalle reti europee.

Per aderire, segui le istruzioni sul sito della campagna Stop Ttip Italia.

 

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

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