Ceta, le ragioni del sì e del no

A otto anni dall’inizio delle discussioni, l’entrata in vigore provvisoria del Ceta è ormai questione di ore: la scadenza è per il prossimo 21 settembre, data a partire dalla quale il maxi accordo commerciale tra Unione Europea e Canada verrà già accolto nelle sue parti fondamentali, in attesa che si esprimano le 38 assemblee legislative coinvolte in Europa e gli organismi omologhi d’Oltreoceano.

I perché della contrarietà di larga parte del mondo agricolo e agroalimentare, ma anche le opposte ragioni dei favorevoli all’accordo, sono emerse con evidenza a Cheese 2017.

Senza dimenticare le incognite: «Non mettiamo in discussione i vantaggi che possono esserci per alcuni soggetti della filiera – chiarisce il presidente di Slow Food Italia Gaetano Pascale – ma saranno più che compensati dagli svantaggi di altri».

Non è un caso, continua Pascale, se il Ceta si scontra con l’opposizione della maggior parte delle associazioni di categoria agricole: «Si è parlato ben poco delle garanzie sulle importazioni dal Canada. I ricavi del settore agricolo continuano a decrescere anche se cresce la produzione: è un controsenso, e il rischio di penalizzare ulteriormente gli agricoltori con nuovi ingressi di grani e farine dall’estero è alto».

L’auspicio di Slow Food è quindi in un ravvedimento da parte del governo, che appare intenzionato ad approvare la ratifica a tappe forzate: «Non possiamo permetterci il lusso di abbandonare aree produttive con una vocazione straordinaria perché dobbiamo tutelare le esportazioni di alcuni grandi soggetti in un accordo commerciale onnicomprensivo».

Altre riserve vengono espresse dalla responsabile ambiente e territorio di Coldiretti Cinzia Coduti, a cominciare dalla scottante questione del principio di precauzione: «Nel testo del Ceta non viene nemmeno menzionato. Sappiamo però che il Canada ne dà un’interpretazione meno stringente rispetto all’articolo 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea».

L’Ue, in particolare, applica il principio di precauzione anche quando c’è incertezza riguardo al rischio: su questa scelta si basa, ad esempio, l’autorizzazione preventiva per gli Ogm.

Il terreno di scontro più battuto in questi mesi è forse quello del mancato riconoscimento per le denominazioni di origine. Soltanto in Italia, infatti, il Ceta lascia senza tutela circa 250 Dop e Igp, includendone appena 41: «Perché si pensa che i pomodori San Marzano non debbano entrare nell’accordo e i Pachino sì?» si domanda la rappresentante di Coldiretti.

È importante ricordare che chi è escluso dall’elenco approvato non potrà entrarvi in un secondo tempo. Mentre tutti i marchi Italian sounding registrati prima del 2013 potranno continuare a circolare sul mercato, anche se gli originali vengono tutelati: in altre parole, prodotti come fontina, asiago e gorgonzola dovranno coesistere con le loro imitazioni canadesi. Via libera quindi ai vari borgonzola, regina San Marzano, mozzarellissima e mozzafina, oltre ai “tarocchi” commercializzati con i nomi di città italiane.

Nonostante i rischi, alcuni grandi consorzi Dop sostengono che un risultato parziale sia meglio di niente. Ne è convinto ad esempio Fabio Leonardi, vicepresidente del Consorzio per la Tutela del formaggio Gorgonzola Dop e consigliere delegato di Assolatte: «Il gorgonzola, al pari di fontina e feta, è fuori dall’elenco dei marchi protetti. Ma siamo ugualmente a favore perché c’è almeno una minima tutela: non dimentichiamo che su circa 18mila tonnellate di formaggi europei esportati in Canada ben 5mila provengono dalle Dop italiane».

Il Ceta porterebbe a una quota aggiuntiva di esportazioni di 17500 tonnellate e a un abbattimento dei dazi che renderebbe più concorrenziale il made in Italy, sostiene Leonardi: «Nel 2016 le licenze per le esportazioni si erano esaurite già ad agosto, col risultato che i produttori hanno acquistato altri formaggi rivolgendosi al mercato dell’Italian sounding statunitense. Un compromesso come questo rimuoverebbe il contingentamento quantitativo e frenerebbe le imitazioni: non possiamo bloccarlo per un pomodorino San Marzano».

Concorde il parere di Pier Maria Saccani del Consorzio di Tutela della mozzarella di bufala campana Dop: «Le aziende del nostro consorzio fatturano circa mezzo miliardo all’anno e il 33% di questi ricavi derivano dall’export. Non ha senso chiedere al Canada di proteggere il fagiolo di Sorana e non sarebbe nemmeno nell’interesse di chi lo produce».

Un caso emblematico nei rapporti con il mercato canadese è quello del prosciutto di Parma: all’inizio degli anni Settanta il marchio venne registrato da un emigrato italiano e successivamente venduto a Maple Leaf, il principale colosso dell’alimentare in Canada. Di conseguenza, il prosciutto di Parma autentico viene oggi venduto sotto altri nomi, come jambon original o autentic Italian ham.

«Nella stessa situazione ci sono il San Daniele e il prosciutto toscano» spiega Paolo Tramelli del Consorzio del Prosciutto di Parma: «Con il Ceta, finalmente, anche noi potremmo vendere con il nostro nome. Ecco perché i più grandi oppositori dell’accordo sono le maggiori aziende americane riunite nel consorzio “Common Food Names”, che difende l’Italian sounding».

Alle obiezioni risponde Monica Di Sisto di Fairwatch, portavoce della campagna Stop Ceta: «Il principale sbocco per piccoli e medi produttori resta l’Europa. Se lo saturiamo con prodotti a basso prezzo e bassa qualità, gli unici che molti consumatori possono permettersi, rafforzeremo qualcuno indebolendo il mercato interno: una strategia dal respiro cortissimo».

Quando i marchi dell’Italian sounding invaderanno gli scaffali dei discount, chi saprà – e potrà – distinguerli? «Abbiamo già visto tutto questo con la liberalizzazione del tessile nel 2005. Nelle fabbriche veniva detto ai lavoratori che avrebbero vinto la gara perché erano più bravi di cinesi, indiani e turchi. Con quella norma abbiamo perso 350mila posti solo nel primo anno, pagando sulla nostra pelle un ragionamento sulla competitività che non funzionava».

Le regole nel commercio internazionale servono, conclude Di Sisto, ma «non in un organismo omnibus dove si parla di cibo, componenti auto, scarpe e mobili senza alcuna distinzione, non in piccoli comitati commerciali che ragionano senza tenere conto delle legislazioni vigenti».

Anche Giovanni Fava, assessore all’agricoltura della Regione Lombardia, è convinto che vi sia a monte un grave problema politico: «In oltre trent’anni le amministrazioni pubbliche hanno tenuto in piedi piccoli consorzi di filiera che forse non sarebbero riusciti a sostenersi. Sono questi soggetti deboli i più esposti: il sistema delle Dop non può essere smontato».

Per Fava il dubbio è che «ancora una volta, come nel caso del Ttip, l’agroalimentare venga usato come merce di scambio: l’Italia è il ventre molle d’Europa da questo punto di vista, ed è evidente che il tema delle esportazioni nella filiera del cibo tocchi noi più di chiunque altro».

Con circa 40 miliardi di esportazioni, il 7,2% in più su base annua nel dato di luglio, l’Italia si avvicina al record di esportazioni alimentari. Ed è un paradosso incredibile che il processo di ratifica subisca un’accelerazione proprio nel Paese più esposto alle conseguenze negative di quello che per molti rimane, se non un patto col diavolo, un compromesso di cui solo pochi potranno dirsi soddisfatti.

 

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

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