Caso Monsanto, Petrini: «Sugli erbicidi serve un cambio di mentalità»

Lo scorso sabato il risarcimento record imposto a Monsanto da un tribunale californiano ha scosso il mondo dell’agricoltura e riacceso il mai sopito dibattito sui rischi del glifosato per la salute.

Vi proponiamo di seguito un’intervista del quotidiano torinese La Stampa che ha interrogato sul tema il fondatore e presidente di Slow Food, Carlo Petrini.

Carlo Petrini, cosa pensa della condanna del giudice di San Francisco alla Monsanto?

Credo sia una sentenza destinata a fare molto rumore. Un simile verdetto, tanto più emesso negli Stati Uniti, è il segno tangibile che i tempi sono cambiati, che il nostro rapporto con la chimica non può più essere a scatola chiusa. La gente chiede spiegazioni e un cambio di mentalità.

Ovvero?

Applicare il criterio di precauzione: non si può più fare come abbiamo sempre fatto, cioè autorizzare l’uso smodato di sostanze come il glifosato senza le dovute cautele e poi eventualmente correre ai ripari. Pensiamo a quanto Ddt è stato sparso nei decenni passati prima di metterlo al bando, ricordiamoci l’Eternit. La chimica è una scienza fondamentale, non possiamo certo farne a meno, ma gli scarsi criteri di precauzione e l’utilizzo eccessivo hanno creato situazioni allucinanti.

Con quali conseguenze?

I problemi per la salute e per l’ambiente sono sotto gli occhi di tutti: allergie, dilagare di malattie preoccupanti, insicurezza sanitaria spesso legata a una cattiva alimentazione. Nessuno vuole fare inutili allarmismi, ma anche minimizzare non serve. La salute va presa con serietà, così come la tutela del suolo e di ciò che produciamo per nutrirci.

Da anni Slow Food sostiene la campagna “Stop glifosato”

Certo: per noi l’unica alternativa all’uso smodato della chimica di sintesi è un cambio di mentalità nei consumatori e nei produttori, affinché si trasformi anche il modello agricolo dominante. La questione non è sostituire una molecola chimica nociva con un’altra meno nociva e andare avanti, la questione è cambiare tipo di agricoltura.

La consapevolezza dei cittadini è aumentata?

Senza dubbio, ma ciò vale solo per la parte più evoluta della società. Il vero disastro è nel sud del mondo, dove le multinazionali operano nella più totale indifferenza e assenza di leggi. Noi abbiamo gli strumenti e le conoscenze adeguate, anche se non sempre le applichiamo. In certi Paesi non c’è ancora nulla di tutto ciò e lo sfruttamento è selvaggio. Eppure la Terra è una sola, così come la giustizia sociale.

Qual è il principale rimedio da mettere in campo?

Di fronte a temi così importanti, che portano con sé interessi enormi, la cosa più importante è avere una ricerca seria e indipendente che sappia fare informazione autonoma e senza ostacoli. Tutti devono sapere i risultati, nessuno può levare il diritto alla conoscenza da parte dei cittadini. Poi sta a ognuno di noi utilizzare responsabilmente e attivamente le informazioni di cui disponiamo.

 

da La Stampa del 12 agosto 2018

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