Carlo Petrini: «Togliamo la plastica dalla nostra tavola»

Mentre scrivo queste righe mi guardo intorno e noto che la cover del mio telefonino è di plastica così come la struttura del mio pc. Che la biro che sto usando è di plastica così come i bottoni della mia camicia, la copertina della mia agenda e le maniglie dell’armadio che mi sta di fronte.

La plastica è entrata, dalla sua nascita negli anni Cinquanta, in tutti gli aspetti della nostra vita. Trasporti, manifattura, intrattenimento, comunicazione, conservazione, agricoltura, pesca, artigianato, sport, non c’è ambito dell’agire umano che non adoperi questo materiale. Leggero, duttile, versatile, resistente, durevole. Praticamente adatto a ogni occasione.

Ma forse il nostro amore per la plastica si è spinto troppo in là, perché oggi ce la stiamo anche mangiando. Milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari di tutto il mondo, si degradano in nano e micro plastiche, vengono ingerite dai pesci e così entrano a tutti gli effetti nella catena alimentare.

Un problema di proporzioni preoccupanti, tanto che le ultime stime ci dicono che, a questo ritmo, nel 2050 avremo nei mari più plastica che pesci (oggi ogni tre tonnellate di pesce ce n’è una di plastica). Perché la plastica non è biodegradabile, e una volta ingerita e metabolizzata produce effetti sugli organismi che ancora non ci sono del tutto chiari ma che certamente influenzano l’attività endocrina e in alcuni casi sono cancerogene.

Come è possibile che ogni anno 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscano in mare? In primis bisogna identificare un corto circuito “filosofico”: la plastica, che è un materiale nato per durare a lungo, sempre più è diventato il costituente base di quella infinita lista di prodotti che sta sotto al cappello di “usa e getta”.

Cannucce, stoviglie, sporte, imballaggi di ogni genere, contenitori e così via. Abbiamo inventato un materiale potenzialmente indistruttibile e lo impieghiamo per operazioni che lo trasformano in un rifiuto in pochi secondi.

Partendo da questa constatazione vale la pena aprire una riflessione sul concetto stesso di rifiuto, entrato ormai a far parte delle nostre categorie mentali come un concetto normalissimo e accettabile. Per quanto ancora possiamo andare avanti pensando di perpetrare un modello basato sull’assunto che un prodotto possa semplicemente, alla fine di una carriera sempre più breve, essere sotterrato o incenerito? Come può avere senso un approccio del genere se consideriamo i costi energetici, economici, umani e ambientali che sottendono a qualunque produzione, a maggior ragione quando si parla di materie prime non rinnovabili (la plastica è un derivato del petrolio)?

Ecco allora che occorre un profondo cambio di paradigma da parte del mondo produttivo, in particolare da parte delle aziende che si occupano di produzione, distribuzione e packaging di cibo ma anche, in definitiva, da parte di tutti noi. Non possiamo più pensare che produrre rifiuti sia normale, bisogna prevenirli e riutilizzarli.

E non sto parlando solo di riciclaggio (pratica pure fondamentale), al contrario ho in mente l’economia circolare, quell’approccio che, partendo dal concetto di riuso, identifica qualunque materia di scarto come potenziale materia prima per un nuovo processo produttivo. È questa la chiave, dobbiamo progettare sistemi produttivi chiusi. Abbiamo tutti gli strumenti per farlo, abbiamo imprese che lo fanno da anni, abbiamo fior di ingegneri, architetti, designer, economisti, manager che hanno già elaborato modelli, che li hanno già messi in pratica con successo.

Se saremo in grado di realizzare questo salto di qualità, allora non sarà più necessario produrre plastica al ritmo attuale (300 milioni di tonnellate all’anno), perché quella che già circola, adeguatamente reimmessa nel circuito produttivo una volta a fine vita, sarà sufficiente per tutto ciò che ci serve.

Non solo, ma la Commissione Europea ha stimato nella realizzazione dell’economia circolare un potenziale di crescita di quasi 4 punti di Pil su base continentale. Dunque lavoro, investimenti, nuova ricerca, oltre ai risparmi derivanti dall’evitare problemi ambientali gravi.

Perché quel che è certo è che non possiamo e non dobbiamo rinunciare alla plastica, dobbiamo solo usarla in maniera intelligente se vogliamo avere un futuro su questo pianeta. La politica non è ferma, alcuni passi sono stati fatti e ci danno la cifra dell’urgenza.

Recentemente in Italia è diventato illegale utilizzare microplastiche nei cosmetici e produrre cotton fioc di plastica, così come dal 2007 lo è l’utilizzo di buste non biodegradabili nei negozi. E in molti Paesi del mondo questo trend è in corso.

Tuttavia non possiamo demandare la soluzione di un problema di questa portata solo alla legislazione. Noi cittadini abbiamo poi un ruolo decisivo e dobbiamo assumerci la nostra parte di responsabilità. Come Slow Food abbiamo approvato all’unanimità una mozione su questo tema, e vogliamo lanciare prossimamente una campagna trasversale, una chiamata globale a rivedere i propri atteggiamenti di consumo e le proprie abitudini nei confronti della plastica.

Pensiamo alla vita media di una cannuccia con cui gustiamo le bibite al bar (tra l’altro in molti locali ne mettono due per bicchiere, peggio ancora!): dieci secondi, tre minuti? E poi dritto nella spazzatura (e prima o poi anche in mare). O alle stoviglie di plastica, all’imballaggio che racchiude la verdura e la frutta confezionata. Oppure alle monodosi di shampoo negli hotel: una bustina o un tubetto di plastica nato per servire per il tempo di una doccia. E poi via anche questo, magari con ancora metà del contenuto. Su questo come cittadini possiamo e dobbiamo incidere.

Ne parlavo l’altro giorno con la proprietaria di un albergo facendole notare che in molti posti, specialmente in nord Europa, il dispenser ricaricabile ha preso piede, con conseguente risparmio di rifiuti. Risposta? Ai clienti il dispenser non piace.

È qui che dobbiamo intervenire, dobbiamo divenire clienti che chiedono il dispenser, che chiedono che non ci sia la cannuccia in plastica, che chiedono di non avere imballaggi doppi o tripli. In questo modo state certi che il cambiamento sarà più veloce. Siamo ancora in tempo, ma non possiamo non giocare questa partita in prima persona, tutti. Per noi e per i nostri figli.

 

Carlo Petrini

da Robinson – La Repubblica del 22 aprile 2018

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