Carlo Petrini: «A Terra Madre Salone del Gusto fiorisce una nuova economia»

A una settimana dall’inizio di Terra Madre Salone del Gusto, il nuovo numero di Famiglia Cristiana (in edicola da giovedì 15 settembre) ripercorre le tappe dell’avventura insieme a Carlo Petrini e ad alcuni di coloro che hanno ospitato i nostri delegati nelle varie edizioni.

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Dall’intreccio di ferro e cemento lodato dall’architetto svizzero Le Corbusier, simbolo dello stabilimento tipo raccontato da Charlie Chaplin in Tempi moderni, alle calde geometrie barocche di Guarino Guarini e di Filippo Juvarra. Terra Madre e il Salone del gusto lasciano l’antica fabbrica per avvolgere l’intera città con i loro colori, i loro suoni e i loro aromi: escono dal Lingotto invadendo Torino, dal Parco del Valentino al centro storico, dando vita a un evento diffuso dal respiro internazionale e dall’indiscusso spessore culturale. Dal 22 al 26 settembre circa 7 mila tra contadini, allevatori, pescatori, esperti di cibo e cuochi di 143 Paesi si danno appuntamento nel capoluogo piemontese. Venerdì 23 settembre è prevista la visita del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Mente e anima dell’evento è Carlìn, al secolo Carlo Petrini, un enogastronomo con alle spalle robusti studi di sociologia, strenuo difensore delle culture e delle tradizioni culinarie locali, uno pronto a battersi nel nome dei sapori, dell’ecologia e della giustizia per garantire a tutti l’accesso a un cibo buono, pulito ed equo (non a caso il 26 maggio di quest’anno la Fao l’ha nominato suo ambasciatore nel mondo), uno che se la cava con inglese, francese e spagnolo, ma che appena può parla piemontese, la lingua delle sue radici, lui che è nato a Bra, in provincia di Cuneo, il 22 giugno 1949.
volti_terra_madre1«Dopo vent’anni di Salone del gusto (giunto alla sua undicesima edizione, la prima fu nel 1996, ndr) e dodici di Terra Madre (esordì nel 2004, ndr) usciamo dai padiglioni del Lingotto per andare in piazze e strade. Un temerario atto di audacia, secondo molti. Ma che ci sta dando soddisfazioni: Torino e il Piemonte hanno reagito benissimo, almeno 1.500 delegati sono ospitati in famiglie, parrocchie e circoli. Si sono mobilitati un po’ tutti, dagli scout agli ex alpini, con buona pace del razzismo e dei muri che stanno avvelenando l’Europa».
Non è una fiera, ma un sussidiario vivente, a cielo aperto. Soprattutto, è un atto politico. «Terra Madre e il Salone del gusto traducono in volti e storie reali quello che da Porto Alegre in poi è uno slogan tanto vero quanto avversato: Un altro mondo è possibile», spiega Petrini. «Parliamo di biodiversità facendo vedere molti, se non proprio tutti, i 3.779 prodotti tipici a rischio di estinzione che l’Arca del gusto tutela e chiede di difendere, dall’uvetta abjosh di Herat, in Afghanistan, al tubero Manyanya, una radice dello Zimbabwe che si consuma come verdura. Passando dall’aglio di Trieste e dall’nduja di Spilinga (l’Italia conta 678 prodotti censiti e “protetti” dall’Arca, ndr). Parliamo di difesa dei diritti di chi lavora i campi o va per mare attraverso le testimonianze di chi appartiene alle 2.455 comunità del cibo sparse nel pianeta, dagli affumicatori di acciughe di Chokome e Kokrobite, in Ghana, ai vitivinicoltori di malvasija croata di Dubrovnik».
volti_terra_madreCarlìn ne è certo. «La fame non è figlia della povertà quanto dell’ingiustizia. L’anno scorso papa Francesco ha ripreso questo concetto nella Laudato si’, che mi vede pienamente d’accordo. Dobbiamo far quadrato attorno ai prodotti locali, accorciando la filiera che dal produttore porta al consumatore, garantendo così al primo il suo giusto guadagno e al secondo acquisti più salubri e consapevoli. Sapendo che parliamo di un business, quello agroalimentare, che solo sul versante dell’export, nel 2013, fatturava 1.128 miliardi di curo. Un colosso che però accenna a cambiare qualcosa, cominciando a rivedere qua e là i modi di produzione e lasciando più autonomia a chi vende: cresce, infatti, il numero dei direttori di supermercato con maggior libertà di puntare su prodotti biologici e a chilometro zero».

 

Alberto Chiara

da Famiglia Cristiana, num 38 – 2016

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