Come si sfamerà l’umanità del futuro?

Per parlare sensatamente di cibo dobbiamo saperci muovere nel tempo: bisogna necessariamente guardare a come il modo di alimentarsi delle persone e delle comunità ne abbia plasmato nei secoli identità, ritualità, rapporto con il territorio, socialità, costruzione di relazioni e simbologie. Solo avendo questo approccio allargato e profondo saremo in grado di osservare con uno sguardo lucido e informato la situazione attuale, cogliendone gli aspetti più controversi e innovativi, immaginando traiettorie di evoluzione di quella che è la pratica universale a tutti gli esseri viventi: nutrirsi. Giungeremo dunque inevitabilmente a un interrogativo profondo e ineludibile: come si sfamerà l’umanità del futuro? Come metteremo fine alle storture che oggi vediamo acuirsi e che poggiano saldamente su un sistema produttivo che, partendo dai beni di consumo, ha infine pervaso anche la sfera del cibo per arrivare, attraverso di esso, fino nel profondo del nostro stesso modo di pensare e di guardare al mondo?

Slow Food si occupa fin dalla sua nascita, nella seconda metà degli anni ’80, di cercare con la pratica quotidiana degli agricoltori, dei produttori e degli artigiani, con l’educazione, con la ricerca e lo studio, con l’attivismo a livello internazionale, di dare risposte a qualcuno di questi interrogativi. Lo stato di avanzamento di questo dibattito è al centro del Congresso Internazionale che si sta svolgendo in questi giorni a Chengdu, in Cina (paese che dopo 15 anni di crescita sfrenata ne sta oggi affrontando le contraddizioni sia sul piano ambientale che su quello alimentare), dove 400 delegati da 90 paesi provano a disegnare i destini del movimento per i prossimi anni, individuando priorità di azione e progettualità. Due sono le parole chiave di questa assise, che sono le stesse che dovranno accompagnarci da qui in avanti: inclusività e apertura. L’esperienza della rete di Terra Madre ce lo ha fatto capire dal 2004 a oggi. Non possiamo pensare di incidere profondamente sul sistema alimentare restando soli, isolandoci sulle nostre posizioni e avendo paura di contaminarci, di mischiarci, di incrociare strade che non sono le nostre e di ascoltare voci che suonano diversamente. Se vogliamo sperare di essere realmente trasformativi non possiamo prescindere dal formare alleanze e reti, dal coinvolgere soggetti diversi su tematiche comuni. E’ ora di consentire alle idee giuste di camminare anche su gambe altrui, proprio perché le nostre sono spesso stanche e fragili.

Solo così un nuovo rapporto tra città e campagna, uno sviluppo rurale realmente inclusivo, una comunità di consumatori (meglio co-produttori) informati e consapevoli, un’agricoltura pulita e rigenerativa nei confronti delle risorse ambientali e della biodiversità, il cambiamento climatico, il benessere animale, l’accesso a un cibo buono e giusto per tutti potranno diventare realtà e potranno regalarci un futuro degno e promettente per tutti. Essere attivisti del cibo oggi per Slow Food significa occuparsi di queste questioni e farlo insieme a tutti coloro che come noi credono che dal nodo del cibo passi molto dell’avvenire dell’umanità.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

Da «La Stampa» del 29 settembre 2017

Il Congresso internazionale di Chengdu è stata l’occasione di lancio di Menu For Change, la campagna di comunicazione e raccolta fondi di Slow Food a livello internazionale

Con un quinto delle emissioni di gas serra totali, la responsabilità del settore alimentare sul cambiamento climatico è un dato che ci riguarda tutti da vicino. Con le nostre scelte alimentari possiamo cambiare questa percentuale e soprattutto spingere la comunità internazionale a ricercare le soluzioni e le strategie per mitigare questo fenomeno proprio a partire dal cibo. Occuparsi di cambiamento climatico diventa dunque un dovere per Slow Food.

Perché se l’agroindustria è tra le prime cause del riscaldamento del pianeta, sono le produzioni di piccola scala le prime a pagarne le conseguenze. Con questa campagna Slow Food mostra le realtà più colpite dal clima che cambia e soprattutto quali pratiche contribuiscono al mitigamento e adattamento del cambiamento climatico. Una campagna che diffonde conoscenza dunque, ma che deve raccogliere fondi per quei progetti e attività che Slow Food porta avanti per dare forza a questo tipo di produzione: educazione alimentare e ambientale nelle scuole di tutto il mondo, sostegno in campo e fuori ai produttori artigianali, campagne di lobbying e sensibilizzazione internazionali, consigli e informazioni per il consumatore. Ci sono molti modi per aderire alla campagna: sul sito donate.slowfood.com/it si trovano tutte le modalità e il form per la donazioni. Ogni piccola donazione può fare la differenza, e ogni azione individuale può innescare il cambiamento globale.

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio
comments powered by Disqus