Campagna

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia.
Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è campagna.

La campagna, nella sensibilità contemporanea (e forse fin dai tempi di Esopo e dei suoi topini), non si svincola dalla relazione con la città, in una interdipendenza di concetti rinsaldata dai flussi migratori. La direzione della migrazione è stata quasi sempre quella dalle campagne alle città; si invertiva solo in situazioni straordinarie – guerre o epidemie –, quando la città diventava una trappola. Quel flusso inseguiva sogni di stabilità, come quello di non dover fare i conti con il maltempo, con l’irregolarità, con l’imprevedibile. AnnSF0063147_LOWullare le stagioni, annullare i cambiamenti che non si possono controllare è uno dei grandi sogni dell’uomo, e ha portato con sé tante utili invenzioni. Non è, oggi come allora, dalla fatica che fuggono i migranti che dalla campagna vanno in città (o dai loro Paesi al nostro), ma dall’incertezza e dalla scomodità. Le campagne della prima metà del Novecento non hanno opere di urbanizzazione; in città, come veniva fatto notare al “ragazzo della via Gluck”, ci si può lavare senza andare giù nel cortile. I primi insediamenti metropolitani, che si crearono sull’onda della rivoluzione industriale, attrassero i sogni di sopravvivenza di quelli che non avevano la possibilità di lavorare la terra. Nelle prime fabbriche i proletari potevano investire il loro unico “bene”, i figli. Forse, prima di inseguire un sogno, si sfuggiva a un incubo. Più avanti si iniziò a scegliere tra il lavoro dei campi e quello delle industrie. In ogni caso, per chi si radicava in città la campagna divenne un luogo sempre più lontano fisicamente e culturalmente, i cui valori apparivano sostanzialmente inidonei alla modernità. La città, al contempo, diventava il luogo delle certezze, della sicurezza, di una nuova idea di pulizia e di una diversa idea di libertà.

Ma, attraverso il cibo, la campagna mantenne i legami. Per decenni, e ancora negli anni Settanta e Ottanta, i cittadini sono andati in campagna con regolarità per comprare il vino nelle damigiane o i salumi. Il rifornimento di viveri era una conferma: «Io sono ancora quello che sa riconoscere il vino buono, che conosce il produttore bravo». È una delle principali funzioni del cibo, oltre a quella biologica ovviamente: la conferma della propria cultura, del proprio sapere, delle proprie memorie e dunque della propria identità.

Proprio questo elemento apre una crepa nell’apparentemente solido sistema di certezze che la città offre. Da quella crepa passano i sogni. La città ha un sistema alimentare che sembra votato alle logiche industriali e si caratterizza per un sistema di servizi molto efficiente, ma fallisce su un elemento chiave, quello che sta alla base dei sogni che si fanno da svegli: il piacere. La certezza del cibo non è, di per se stessa, certezza di cibo buono: gli elementi quantitativi presenti negli standard dell’alimentazione urbana non si piegano ad alcun rapporto di equivalenza qualitativa con il cibo della campagna, che intanto continua ad allontanarsi, con il sorgere intermedio di spazi ulteriori: quel “fuori città” che si definisce per progressive negazioni (non è più città, non è ancora campagna). Là il sistema “moderno” di distribuzione sta ponendo il suo quartier generale: gli ipermercati – con i capannoni e le villette – stanno colonizzando spazi rubati alla campagna. Ma, come in ogni storia d’amore, più la campagna si allontana, più è sognata. Viene letta, studiata, ricordata: fioriscono le riviste, le rubriche televisive, i corsi, i manuali, dalla cucina al giardinaggio. Non è solo una crisi di lontananza. I sogni di sicurezza si sgretolano a ogni scandalo alimentare, a ogni attentato alla salute pubblica e ambientale operato da un sistema alimentare che ha nella città i suoi avamposti distributivi. Il sogno si ribalta, i cittadini sognano la campagna. Non solo il suo cibo, ma anche i paesaggi, l’aria, i saperi e la capacità di tenere in conto i ritmi della natura. I soldi degli eredi di chi tanto tempo fa è andato via dalla campagna acquistano ora il cibo che dalla campagna arriva in città, grazie ai mercati contadini o alle sempre più numerose forme di vendita diretta. Magari qualcuno di quegli eredi in campagna finisce per tornarci, tornando a essere, tra l’altro, autore e protagonista di un paesaggio di cui non ha mai smesso di sentire la mancanza.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014).

Una domenica ogni due, noi e gli amici di Una parola al giorno trattiamo in parallelo una parola che riguarda la cultura del cibo – e non solo. Puoi leggere la definizione di Una parola al giorno a questo link.

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