Cambiamento climatico, Lymbery: «Siamo la generazione che può fare qualcosa ma non lo sta facendo»

A Marrakech sono in corso i negoziati di Cop22, la conferenza Onu sull’ambiente che segue di un anno lo storico Accordo di Parigi (qui vi abbiamo spiegato di cosa si tratta). In gioco c’è il futuro, anzi, il presente del nostro pianeta eppure ancora facciamo fatica a renderci conto che non c’è più spazio per temporeggiare. Come ci ha detto qualche giorno fa il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana: «Le soluzioni tecnologiche per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili ci sono, tuttavia l’applicazione dell’insieme di strategie contro i cambiamenti climatici rappresenta un problema di enorme complessità, perché implica cambiamenti di portata epocale nei modi di vivere, lavorare, muoversi, riscaldarsi, produrre energia, cibo e beni di consumo. […]Ciò che stiamo (forse) per fare ora, potevamo già farlo quasi mezzo secolo fa, le conoscenze di fatto già c’erano. E la colpa è tanto dei governi quanto di tutti noi: non sono argomenti sentiti come prioritari, eppure minacciano la nostra vita». Con le nostre interviste e approfondimenti cercheremo di mettere spiegare come l’agricoltura industriale sia tra le principali fonti di emissioni e di come ancora non ci sia presa di coscienza (e quindi possibile rimedio) a una delle maggiori cause del riscaldamento globale. Ne abbiamo parlato con Philip Lymbery, direttore generale di Compassion in World Farming, Ong che lavora in tutto il mondo per preservare e migliorare il benessere degli animali d’allevamento. Autore di Farmageddon – il vero prezzo della carne economica, (Nutrimenti, Roma 2015) Lymbery è uno dei maggiori esperti internazionali del settore dell’industria alimentare. Con lui abbiamo voluto approfondire l’impatto dell’allevamento intensivo e le possibili alternative.

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Nonostante sia ormai provato che il settore agricolo sia responsabile di un quinto delle emissioni totali di gas serra, derivate principalmente dalla conversione delle foreste in terreni agricoli, il rapporto tra cibo e clima mantiene tuttora un ruolo troppo marginale nelle discussioni. Che cosa è necessario per sottolineare questo aspetto e contribuire a un vero cambio di paradigma?

Mi preoccupa molto il fatto che ancora oggi le emissioni di gas serra generate dall’agricoltura, e soprattutto dall’allevamento intensivo, abbiano un peso irrilevante nel dibattito sul clima. L’allevamento intensivo contribuisce per il 14.5% del totale delle emissioni, più dell’intero settore dei trasporti mondiale, più, insomma di tutti gli aerei, i treni e le auto messe insieme. E la situazione non sembra migliorare: la Fao ci dice che nei prossimi 35 anni il consumo di carne rischia di raddoppiare. E Già nel 2006, nel rapporto Livestock’s Long Shadow –Environmental Issues and Options, l’agenzia delle Nazioni Unite prevedeva un’enorme esplosione del settore zootecnico mondiale. Oggi sono già 70 i miliardi di capi allevati ogni anno per essere mangiati. Sempre secondo la Fao, nel 2050 la nostra Terra sarà popolata da 500 milioni di bovini, 200 milioni di suini, un miliardo di pecore e capre, e 18 miliardi di pollame di allevamento in più rispetto al 2005. Se permetteremo che ciò accada la perdita di fauna selvatica sarà incalcolabile. Ma oltre a distruggere gli habitat naturali, l’aumento della produzione di carne accelera un altro dei fenomeni di estinzione di massa: il riscaldamento globale.

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Sappiamo che per evitare conseguenze catastrofiche dobbiamo impedire che la temperatura salga sopra i due gradi Celsius entro la fine del secolo. Per ottenere questo risultato, nel 2050, rispetto al 2010 le emissioni dovrebbero essere inferiori del 70%. Gli scienziati che studiano le misure per ridurre le emissioni del settore zootecnico – le così dette misure di mitigazione – affermano che esistono i metodi per ottenere una riduzione di Co2 del 30%. Tuttavia, la crescita senza fine dell’agricoltura spazzerebbe via qualsiasi risparmio ottenuto da queste misure. E non solo.

Allo stato attuale, la produzione agricola è programmata per praticamente raddoppiare (fino all’ 80%) le emissione totali di gas serra. Il ruolo dell’agricoltura è talmente significativo che se si mantengono le cose come stanno, il “limite di sicurezza” dei due gradi Celsius di aumento massimo della temperatura, potrebbe essere raggiunto per effetto delle sole emissioni derivanti dalla produzione agricola.

La prima conferenza mondiale dedicata al cambiamento climatico è stata organizzata nel 1979: sono passati 37 anni e, nonostante i passi avanti, le questioni in discussione sono sempre le stesse. Secondo lei come mai non si riescono a trasformare le promesse in fatti? Come si potrebbe vincolare gli impegni presi?

Penso che la grande ragione per cui sia così difficile riuscire a mettere in campo azioni concrete per contrastare il cambiamento climatico, sia che i gravi danni porta con sé – sebbene di durata incredibilmente lunga – non sono così evidenti nel qui e ora.

E finché i governi baseranno le loro azioni su programmai che seguono i 5 anni dei cicli elettorali, le grandi società penseranno solo ai profitti immediati e il nostro sistema economico dipenderà dalla crescita infinita in un mondo finito, saremo condizionati fissare i nostri obiettivi secondo esigenze di breve termine, nonostante sia ormai certo che ne pagheremo le conseguenze in un futuro sempre più prossimo. Il cambiamento climatico è un caso classico. La nostra inattività di oggi, sarà sentita dai figli dei nostri figli. Guarderanno indietro alla nostra generazione come quella che avrebbe potuto fare qualcosa ma non l’ha fatto.

Affrontare il cambiamento climatico vuol dire macellare le vacche sacre. Significa affrontare verità scomode. Come il fatto che la carne, in particolare quella proveniente da allevamenti industriali, è il cattivo della storia. La maggior parte dei prodotti di origine animale – uova, latte, carne – generano più emissioni (per unità di proteine) rispetto a piante come cereali, ortaggi e legumi. Lo studio portato avanti da Chatham House sottolinea come sia altamente improbabile contenere l’aumento della temperatura sotto il due gradi Celsius senza diminuire il consumo di carne e latticini.

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Qual è il prossimo passo dopo la Cop22? E quali sono gli interventi secondo lei più urgenti da attuare?

Dobbiamo riconoscere che ridurre lo spropositato consumo di prodotti di origine animale è una azione necessaria, anzi indispensabile per rallentare la corsa del cambiamento climatico. Tutti possiamo fare la nostra parte riducendo i nostri consumi. Ad esempio, provando a rinunciare alla carne almeno una volta alla settimana. Sarebbe ottimo per salute e portafoglio e sarebbe grandioso per il benessere degli animali e del nostro pianeta.

Mangiare meno carne e di qualità è il mio messaggio molto semplice. E per carne di qualità intendo quella che proviene da animali che sono stati allevati al pascolo, ruspanti o secondo i metodi dell’allevamento biologico.

I paesi sviluppati sono stati i veri inquinatori dall’inizio dell’età industriale a oggi, ma il futuro riserverà un ruolo sempre più ampio alle nazioni in via di sviluppo. Esistono sistemi virtuosi per l’ambiente, uomini e animali ed eticamente “giusti” nei confronti di chi sta crescendo, per bilanciare le esigenze degli uni e delle altre? Si può davvero pensare a forme di collaborazione o trasferimenti tecnologici dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo, che aiutino questi ultimi a crescere senza gravare sul nostro pianeta come le nostre economie hanno fatto finora, e dunque senza ripetere gli stessi errori?

Spesso si suggerisce che l’agricoltura industriale è la strada da seguire – producendo più carne da animali confinati e nutriti con cereali – per ridurre le emissioni. Questa soluzione però risolve un problema moltiplicandone altri. È totalmente inefficiente, sperpera acqua e terra, è altamente inquinante, senza contare la totale crudeltà verso agli animali allevati. La Fao concorda sul fatto che dirottare tutta la produzione verso un modello industriale sarebbe la cosa sbagliata da fare nella lotta al riscaldamento globale.

Per questo prevedo un futuro dove sia i paesi altamente industrializzati sia quelli in via di sviluppo scelgono una sistema produttivo che ritrovi le sue radici nelle terra. La necessità di abbracciare questo sistema non è mai stata così urgente.

Lo suggerisce anche Hilal Elver, inviato speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo: «C’è bisogno di incoraggiare il passaggio dalla attuale agricoltura industriale a sistemi integrati e modelli agroecologici»

Abbandonare modelli di produzione agricola industriale potrebbe significare fermare la sofferenza per miliardi di animali e nello stesso tempo ottenere cibo più sano e di qualità maggiore, prendendoci cura così dell’ambiente per i nostri figli e i figli dei nostri figli. Mi sembra un’eredità per cui valga la pena impegnarsi

 

 

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