Caccia alla terra: accaparramento e speculazione mangiano l’agricoltura europea

agricoltura-intensiva-modEuropa nel mirino di accaparratori e speculatori. Tanto  che il livello di diseguaglianza in Europa, misurato statisticamente, risulta alla pari o addirittura al di sopra di Paesi in via di sviluppo segnati da profondi squilibri, come il Brasile, la Colombia e le Filippine.

Stiamo parlando di land grabbing, traducibile in italiano come “accaparramento della terra”. Secondo il portale Landmatrix.org, il processo di accumulo e distruzione dei terreni agricoli da parte degli speculatori interessa almeno 56 milioni di ettari di terra (una superficie più vasta di quella della Francia). Per Oxfam le proporzioni sono ancora più allarmanti, tanto che nei Paesi in via di sviluppo sarebbero stati venduti o affittati a lungo termine oltre 200 milioni di ettari di terreno negli ultimi anni.

Meno terra, più diseguaglianza

Ma se quello africano è il continente più colpito dal fenomeno (con il 70% delle acquisizioni), l’Europa non può sentirsi al sicuro. Un report redatto lo scorso anno per conto della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo testimonia che nel 2010 il 3% delle aziende controllava metà della superficie agricola utilizzabile dell’Ue, mentre l’80% dei coltivatori, al di sotto dei dieci ettari, possedevano appena il 12% dei terreni fertili. In particolare, le imprese più grandi rappresentano lo 0,6% del totale, ma hanno in mano un quinto delle superfici utilizzabili nel continente – un’area equivalente alla Germania, per intenderci.

Un fenomeno in crescita. Tra il 2003 e il 2010 il numero di aziende estese su meno di 10 ettari è diminuito di un quarto, mentre solo nel triennio 2007-2010 gli agricoltori di piccola scala hanno perso il 17% dei terreni. Se si considera che il complesso delle superfici agricole utilizzabili in Europa è rimasto pressoché stabile negli ultimi venticinque anni, si può concludere che l’espansione delle grandi imprese sia avvenuta a spese delle più piccole.

A soffrire di più il fenomeno è l’Est europeo, nonostante i tentativi, da parte dei governi locali, di limitare il fenomeno nel periodo successivo all’adesione all’Ue. In Romania, sebbene non siano disponibili statistiche ufficiali, si stima che più del 10% dei terreni agricoli sia nella disponibilità di investitori extra Ue, mentre un ulteriore 20-30% è di proprietà di soggetti provenienti da altri Paesi europei: nella regione di Timis, circa 150mila ettari (pari a un terzo dell’area coltivabile) sono controllati da aziende italiane. Forti passaggi di proprietà verso l’estero sono documentati anche in Bulgaria, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania e Lettonia.

Il modello familiare dell’agricoltura è in crisi

Sullo sfondo di questa concentrazione della proprietà si collocano quei processi di erosione del patrimonio agricolo che sono diventati un fattore cruciale nell’indebolimento del settore primario. In tutti gli Stati membri dell’Ue, con l’eccezione di Polonia e Germania, i prezzi dei terreni sono cresciuti in maniera esorbitante tra il 2000 e il 2009, con picchi altissimi in Lituania (+230%), Danimarca (+151%), Romania (+150%) e Bulgaria (+116%).

La conseguenza è che l’agricoltura è sempre più colpita dalle speculazioni messe in atto da investitori di diversa natura: costruttori, immobiliaristi, operatori del turismo e imprese commerciali. In Francia, più di 60mila ettari di terreno fertile finiscono “mangiati” ogni anno. Non è inusuale, del resto, che un ettaro di terra comprato a 5mila euro venga rivenduto a un prezzo centinaia di volte superiore una volta che perde la propria destinazione d’uso agricola. Allo stesso modo, il boom edilizio in Irlanda ha dato il via a una serie di progetti urbanistici su larga scala, che hanno creato un forte incentivo alla conversione delle superfici.

Quello che vediamo in atto è un cambiamento radicale nel modello di produzione agricola europea, basato su una rete di aziende familiari che, a tutt’oggi, rappresentano l’84% del totale. In questo senso, conclude il report della Ue, concentrazione della proprietà, land grabbing e rafforzamento delle barriere economiche verso chi cerca di entrare nel settore (gli under 35 rappresentano ormai appena il 7,5% degli agricoltori) rappresentano tre aspetti dello stesso problema. Una questione che pone in serio rischio la sicurezza alimentare, il lavoro agricolo e la biodiversità del Vecchio Continente.

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

Fonti:

Die Welt

Extent of Farmland Grabbing in the EU (report redatto dal Transnational Institute per la Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, 2015)

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