Brodo di plastica

La notizia ha già fatto il giro del mondo. La State University di New York di Fredonia, per conto del progetto giornalistico Orb Media, ha condotto uno studio che rileva tracce di microplastiche nel 90% dei marchi più diffusi di acqua minerale in bottiglia, circa il doppio delle particelle di plastica rispetto a un precedente studio sull’acqua del rubinetto.

Ci stanno propinando un brodo di plastica e ce lo fanno pure pagare caro, sia in termini economici, sia ambientali.

Il campione

Sono state analizzate 259 bottiglie di undici marchi tra i più famosi del mondo, in 19 località di nove nazioni e i risultati sono terribili. Eccetto 17 campioni, in tutti gli altri sono state trovate microplastiche con una concentrazione media di 314,6 per litro, ma con punte fino a oltre 10 mila. Per le particelle di 100 micron (0,1 millimetri) di dimensione la concentrazione è risultata di 10,4 per litro.

Lo studio

Per fluidificare le particelle nell’acqua gli scienziati hanno usato il colorante rosso Nilo che tende ad aderire alla superficie della plastica ma non alla maggior parte dei materiali naturali.

Prima di andare avanti c’è da precisare che non è stato pubblicato su una rivista e non è stato sottoposto a una peer review scientifica.

Il dott. Andrew Mayes – lo scienziato dell’Università di East Anglia che ha sviluppato la tecnica del colorante rosso Nilo – ha dichiarato a Orb Media: «che il metodo da lui messo a punto è stato applicato con cura e in modo appropriato, esattamente come avrei fatto io nel mio laboratorio».

Oms

Ora anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) vuole approfondire. Leggiamo sul Gardian la dichiarazione di un portavoce dell’organizzazione internazionale che, nonostante non ci fossero ancora prove evidenti di impatti sulla salute umana, del rischio. Il portavoce ha affermato che l’Oms «esaminerà le scarse prove disponibili con l’obiettivo di identificare le lacune nelle prove e poter quindi stabilire un programma di ricerca che dia una valutazione dei rischi più approfondita».

Dove e chi

Stati Uniti, Messico, Brasile, Libano, Kenya, India, Cina, Thailandia e Indonesia sono i paesi in cui è stata condotta l’indagine. I marchi analizzati: Epura e Aquafina (PespiCo), San Pellegrino e Nestlé Pure Life (Nestlé), Dasani (Coca-Cola), Minalba (Edson Queiroz), Evian e Aqua (Danone), Gerolsteiner (Gerolsteiner Group), Bisleri (Bisleri International), Wahaha (Hangzhou Wahaha Group). Il campione analizzato di acqua San Pellegrino, acquistato dai ricercatori su Amazon, è risultato quello con il secondo minore contenuto massimo di particelle: 74 per litro. Un campione di Nestlé Pure Life, sempre acquistato su Amazon, aveva un contenuto di 10.390 particelle per litro.

La microplastica sta nei tappi

Il tipo più comune di frammento plastica rinvenuto non è però il Pet, materiale con cui sono fatte le bottiglie, ma il polipropilene che viene invece di solito impiegato per i tappi.

Ma Jacqueline Savitz, del gruppo di ricerca Oceana, aggiunge: «Sappiamo che la plastica si sta formando negli animali marini e questo significa che anche noi siamo esposti».

Le risposte

Nestlé rimanda al mettente e critica la metodologia dello studio, dichiarando alla Cbc che la metodologia utilizzata può «generare falsi positivi». La Coca-Cola invece ha detto alla BBC di avere metodi di filtrazione rigorosi, ma riconosce la presenza delle materie plastiche nell’ambiente, il che significa che le fibre di plastica «possono essere trovate a livelli minimi anche in prodotti altamente trattati». Infine, anche la Gerolsteiner ammette di non poter escludere che la plastica entri nell’acqua imbottigliata da fonti aeree o da processi di imballaggio, ma che le concentrazioni di materie plastiche in acqua derivanti dalle proprie analisi sono inferiori a quelle consentite nei prodotti farmaceutici.

Traiamo tutti le nostre considerazioni

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonti
orbmedia.org
The Guardian
Corriere.it

 

 

 

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