Biologico, per Slow Food la rimozione del rame va accompagnata alla ricerca sulle alternative

È un minerale. È naturale, cioè non è frutto di un processo di sintesi chimica. Il rame, nelle sue diverse forme come il verderame, la cosiddetta poltiglia bordolese e altro, è usato da oltre 150 anni in agricoltura per sconfiggere funghi e malattie di molte piante come la peronospora ed è un componente di numerosi concimi. Un ausilio fondamentale per i contadini specializzati nel biologico.

L’Unione Europea, però, l’ha inserito nella lista dei prodotti “candidati alla sostituzione”. Nel settore il dibattito è acceso. Abbiamo sentito gli esperti per conoscere le loro opinioni che pubblicheremo in questi giorni.

 

Francesco Sottile, agronomo e membro del comitato esecutivo di Slow Food Italia

Iniziamo da Francesco Sottile, membro del comitato esecutivo di Slow Food Italia e docente alla facoltà di Scienze agrarie dell’Università di Palermo.

«Siamo favorevoli alla riduzione del quantitativo di rame per ettaro che sta discutendo l’Europa e auspichiamo maggiori sforzi nella ricerca di prodotti complementari e di alternative» afferma l’agronomo.

Oggi il limite di impiego è di 6 kg di rame per ettaro all’anno. L’Ue sta ipotizzando di abbassare il livello a 4 kg e l’obiettivo finale è mettere il minerale rosso al bando.

«Siamo di fronte ad una questione delicata e la nostra associazione deve mantenere una posizione di equilibrio – prosegue Sottile -. Il rame è un metallo pesante e come tale crea danni al suolo e ai microrganismi che lo abitano, accumulandosi nella terra e nelle falde. Per questo il contenimento del suo utilizzo è auspicabile. È vero che, nella maggior parte dei casi, per i preparati anticrittogamici e non per i concimi, il rame non intacca il frutto o l’ortaggio perché viene lavato via, ma resta nell’ambiente ed è quindi potenzialmente dannoso. Come associazione, infatti, siamo attenti a quello che i consumatori mangiano, ma bisogna tenere alta la guardia anche per possibili criticità in ciò che succede nei campi e per chi ci lavora».

I prodotti contro i funghi a base di rame sono usati dagli agricoltori anche per prevenire eventuali malattie. «L’uso dei fitofarmaci che contengono rame – aggiunge – va ridotto e limitato ai casi di necessità. Ritengo sia da rivedere il principio del calcolo dei quantitativi di rame per ettaro misurato sui 5 anni. Al momento, se in un dato anno ne spargo solo 5 kg, significa che in quello successivo ho un bonus di 1 kg e posso quindi arrivare a 7. Questa sorta di banca del rame è insensata. Se in una stagione non c’è stato bisogno di anticrittogamici, meglio per tutti. Vanno, invece, evitati del tutto i trattamenti “in copertura”, cioè quelli che avvengono per temuto danno, per evitare la possibile diffusione delle malattie. Inoltre, in particolare in Italia, l’impiego di concimi che contengono rame dovrebbe essere davvero occasionale perché sono rarissimi i terreni dove c’è carenza di questo metallo pesante».

Le azioni proposte dell’associazione della Chiocciola porterebbero a una riduzione della concentrazione e degli accumuli di rame nell’ambiente, ma per arrivare ad una sua sostituzione servirà ancora tempo.

«Al momento non esistono alternative – specifica Sottile – e manca anche e soprattutto una ricerca pubblica continuativa su questi ambiti, in Europa e in particolare in Italia. È stato finanziato il progetto “Alt.Rame in Bio”, ma per soli due anni, mentre per degli studi del genere servono periodi molto più lunghi. Le ricerche scientifiche devono e possono portare alla scoperta di soluzioni che accompagnino l’uso del rame in maniera ridotta, ma bisogna finanziarle e portarle avanti nel tempo. L’invito rivolto a tutti è sempre a rispettare l’ambiente e a favorire la biodiversità. È chiaro che le monoculture aumentano le possibilità di dover ricorrere al rame perché è più facile che insorgano malattie, quindi vanno evitate. Il lavoro nei campi deve sempre essere portato avanti pensando a una gestione sostenibile del suolo con pratiche agro-ecologiche, nonché scegliendo varietà locali e autoctone che avranno maggiori probabilità di non ammalarsi e quindi di rendere al meglio e di soddisfare appieno contadini e consumatori».

 

Andrea Garassino

a.garassino@slowfood.it

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